STORIA E TRADIZIONI
Fu incarcerata allo Steri e poi molestata: la storia (vera) di un’eretica siciliana
Nell’isola per oltre 300 anni la Santa Inquisizione avrebbe in nome di Dio e del re, perseguitato migliaia di uomini e di donne, torturandoli e condannandoli a morte

Il graffiti nel carcere dello Steri
Nell’isola per oltre trecento anni, la Santa Inquisizione avrebbe in nome di Dio e del re, perseguitato migliaia di uomini e di donne, torturandoli e condannandoli a morte.
Solo il 16 marzo 1782, Ferdinando Borbone avrebbe emesso il decreto di abolizione dell'Inquisizione siciliana e il 27 giugno 1783 il viceré Caracciolo avrebbe ordinato di dare alle fiamme l’archivio criminale (ossia tutti gli atti dei processi, le sentenze, i registri dei carcerati, le denunce, eccetera, distruggendo irrimediabilmente tutte le testimonianze relative all’attività di repressione dell’eresia).
Si sarebbero salvati soltanto i registri contabili e l’archivio civile, che oggi (ridotti a poco più della metà della consistenza originaria per le gravi perdite subite nell’ultima guerra) si conservano presso l’Archivio di Stato di Palermo.
Dal 1603 la Santa Inquisizione si era trasferita a Palazzo Chiaromonte (detto lo Steri). Le prime sedi erano state il Palazzo dei Normanni e il Castello a mare. Allo Steri erano stati avviati una serie di lavori di ampliamento e di riedificazione.
Da principio sia gli uomini che le donne imprigionati venivano rinchiusi nelle celle site sotto l’orologio, successivamente, dal momento che gli abusi nei confronti delle detenute erano frequenti, vennero realizzate carceri separate. Le carceri femminili sorsero intorno a un cortile, in mezzo al quale era una chiesetta.
Erano all’incirca 20 "piccole stanziole incapaci a potersi abitare nella loro strettezza". Le donne venivano incriminate dall’Inquisizione soprattutto per stregoneria, perché cercavano il contatto con il soprannaturale, erano spesso "magare" e fattucchiere. Non confessavano convegni col Maligno. Dicevano di frequentare le donne di fora, di essere guaritrici, di conoscere riti con acqua benedetta, olio e candele; leggevano il futuro, somministravano pozioni e scacciavano la sfortuna.
Tra le detenute vi erano anche alcune, sospettate di eresia: ad esempio suor Francesca Spitaleri di Bronte. Di elevata cultura, aveva scritto alcune opere religiose; si diceva che avesse ricevuto le stimmate e che parlasse con Dio e con gli angeli, che le apparivano spesso. Per sfuggire al rogo, fu costretta ad abiurare e fu mandata per sette anni a servire in un ospedale. In seguito, ritenuta eretica impenitente, fu sottoposta a un nuovo processo e imprigionata a Palermo.
La sventurata suora, per sfuggire alle torture, cercò di salvarsi scappando dal carcere: una notte del settembre del 1640 si calò giù con una fune, ricavata dalla lana del suo materasso.
La corda si spezzò e la povera suora precipitò nel vuoto e morì. Non era ancora finita: le vennero confiscati i beni e furono bruciati il suo corpo ed i suoi scritti.
Un’altra religiosa, Suor Gertrude di Gesù e Maria, al secolo Agueda (Agata) Azzolini, siracusana ma che risiedeva nel monastero della Martorana di Palermo, venne arrestata come eretica molinista il 25 Giugno 1699 e condotta allo Steri.
La sua colpa consisteva nell’aver aderito al gruppo religioso che si riuniva nel cosiddetto «Fondaco dell’Abate», un giardino che ospitava un cenacolo di frati mistici (agostiniani) del convento di San Nicolò da Tolentino di via Maqueda.
La storia di Agueda è un caso di molestia sessuale ben documentato. Un giorno la giovane donna denunciò il proveedor delle carceri, il domenicano Pedro Cicio, di 35 anni. A confermare la versione della detenuta fu una testimone, la compagna di cella Rosa La Innusa (accusata a sua volta di Blasfemia).
Ogni volta che il domenicano si recava nella cella per portare ad Agueda il pasto, finiva per metterle le mani addosso e per chiederle di baciarlo. Visibilmente eccitato le prometteva mari e monti, le diceva che l’avrebbe fatta uscire di prigione, se si fosse mostrata "disponibile".
Agueda rifiutava sempre le attenzioni morbose del religioso, rispondendo che piuttosto che acconsentire avrebbe preferito rimanere in carcere fino al giorno del giudizio.
Anche l’aiutante del domenicano si prendeva delle confidenze con le due donne, lasciandosi andare a gesti osceni e rivolgendo loro parole irripetibili.
Le due recluse accusarono Pedro Cicio e il suo aiutante agli inquisitori Diego Vicencio de Vidania, Domingo de la Esprella e Pedro De Castro. I tre inquisitori presero immediatamente il caso molto sul serio e cominciarono a raccogliere informazioni sul domenicano, che nel frattempo avevano fatto rinchiudere in una cella.
Il guardiano del Tribunale dell’Inquisizione raccontò che Pedro Cicio ospitava in casa sua una vedova.
Questa donna, che si occupava di cucinare il cibo per i detenuti delle carceri, teneva con sé una delle tre figlie, che aveva 16 anni: in quella casa, fino a notte tarda, c’erano un baccano e un via vai sospetto di ecclesiastici e secolari.
All’interno della Steri c’era, incredibile a dirsi, anche una taverna¸ gestita da lombardi: testimoniarono subito che il guardiano aveva detto il vero. Gli Inquisitori vennero a sapere inoltre che Pedro Cicio era un molestatore e che per vendicarsi dei ripetuti rifiuti di Agueda, femmina molto testarda, le aveva somministrato cibo mal cotto, che sapeva di fumo, o in cui aveva aggiunto forse delle pozioni amatorie.
Per punire quella spiona di Rosa L’Innusa, che aveva una grave malattia agli occhi, Pedro si rifiutava spesso di farle avere la medicina prescritta dal medico della prigione.
Le due detenute avevano sopportato tanti abusi, ma a un certo punto, quando Pedro si era spinto troppo oltre, lo avevano denunciato. Si seppe inoltre che la donna che abitava in casa con il domenicano e la figlia, in realtà di soli 13 anni, erano dedite alla prostituzione e che gestivano un lupanare all’interno dello Steri!
Portato in udienza Pedro Cicio dichiarò subito di essere stato denunciato per cose innocue, per parole che aveva detto senza malizia o secondi fini: vedeva Agueda sempre così triste…
Per metterla di buonumore una volta le aveva chiesto di baciarlo e aveva poi continuato a chiederle un bacio nei successivi cinque o sei mesi in cui le aveva portato da mangiare, ricevendo sempre la stessa risposta: “Non devi pronunciare parole disgustose in mia presenza!”.
Il domenicano scherzava, cercava di far passare il tempo alle detenute. Quando consegnava il piatto ad Agueda era capitato spesso, casualmente, di sfiorarla, ma lei a quel tocco reagiva infastidita, esclamando: "Hai il Demonio dentro!" e minacciava sempre di denunciarlo all’Inquisitore.
Don Pedro si dichiarò alla fine pentito, chiese perdono alle due donne, per lo scandalo causato, e ai giudici per aver mancato nell’espletamento del suo servizio, rivolgendo alle prigioniere parole, atti e pensieri immorali.
Alla fine, nonostante fosse colpevole, il domenicano Pedro Cicio venne semplicemente rimosso dall’incarico.
Ben altro destino toccò in sorte alla povera Agueda: che si salvò dalla violenza grazie all’amicizia di Rosa La Innusa, ma non riuscì a sfuggire alla morte, probabilmente per stenti: nel registro delle spese del carcere, infatti, ad un certo punto non vennero più segnati i due tarì pagati dalla famiglia per il suo mantenimento quotidiano.
Fonte: G. Fiume, Del Santo Uffizio in Sicilia e delle sue carceri.
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