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Vasche arabe scoperte nella Cuba normanna: viaggio nel "magico" cantiere di Villa Napoli

La recente scoperta alla Cuba Soprana è una conferma degli scavi eseguiti molti anni prima, tra il 1997 e il 2001, riguardanti la "parte normanna" della Villa di Palermo

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 17 novembre 2020

Villa Napoli "o Di Napoli" a Palermo (foto di Titi Rossano)

Da recenti articoli si è ritornato a discutere sulla spinosa questione di "Villa Napoli", ovvero la Cuba Soprana e la sua Cubola, soprattutto dopo la scoperta di qualche giorno fa, da parte del professore Julio Navarro Palazón, archeologo spagnolo ed esperto di Storia Araba e dell’Al – Andalus, sulle strutture architettoniche del "Sollazzo" Normanno.

Diciamoci la verità, i Normanni dopo la “riconquista” si sono fatti prendere un po' la mano nel voler riportare tutto alle origini cristiane, salvo poi comprendere il patrimonio culturale, filosofico e amministrativo di un popolo affascinante e che fece scaturire in essi un certo pentimento per aver cercato di annientarne ogni presenza storica e culturale.

Come a voler rimediare i Normanni decisero di avviare una nuova campagna di ricostruzione inserendo, tra l’altro, anche il loro marchio (lo stile "Berbero – Normanno"), riprendendo quegli spazi di sublime bellezza architettonica e ambientale chiamati "Sollazzi Regi" tanto decantati da Ibn Jubayr che le paragonò a delle "perle d'una collana sfavillante al collo d'una fanciulla opulenta".



Questi "solatia" nascevano come luoghi di incontro quasi "spirituali" con la bellezza e la natura ed oltre ad essere luoghi di delizie raggruppavano al loro interno complessi sistemi di giardini, fontane, laghetti artificiali, palazzi, padiglioni e cubule ispirati al mondo Islamico.

La Cubula di Villa Napoli, come specifica la ricercatrice Lamia Hadda nel suo articolo su Lexicon n. 21/15, probabilmente venne costruito sotto Guglielmo II, e ha avuto diverse interpretazioni per la sua destinazione d’uso: c’è chi sosteneva la destinazione funeraria, vista la somiglianza con diverse tombe del Nord Africa, chi, invece, ad un padiglione per musicisti (anche se lo spazio è a dir poco molto ristretto); in realtà i vari studiosi sono d’accordo sulla semplice struttura di "abbellimento".

L’acqua invece è l’elemento fondamentale dei sollazzi, ma in generale l’acqua per la cultura Islamica (ma anche per altre religioni e culture) ha un valore estremamente simbolico e spirituale; il suo ruolo fondamentale è quella di "purificazione" soprattutto nelle abluzioni rituali, pertanto, si sviluppa la necessità che essa venga preservata e distribuita equamente.

E da questa esigenza culturale nasce il "Paradiso in Terra", il Genoardo (Jannat al-arḍ) descritto nel 1195 dal Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli, alimentato dalle fonti del Gabriele, come riportato dalla Dott.ssa Piazza nel suo "Palermo, città d’acqua", in cui le limpide acque del Gabriele creavano fonti di approvvigionamento, come quella denominata “Cuba”, che rifornivano i bacini artificiali dei vari Sollazzi.

Ma oltre la parte rituale l’acqua è vita, come descrive il Fazello nel XVI secolo e riportato dal Prof. Barbera e Prof.ssa Maria Ala nell’articolo su "Monumenti Normanni – Sollazzi e Giardini":

«Lussureggiavano orti amenissimi con colture arboree di ogni genere ed acque che le irrigavano perennemente. Vi erano anche da un lato e dall’altro dei viridaria olezzanti di alloro e di mirto. In mezzo, all’ingresso fino al fondo del parco,
si stende un lunghissimo porticato ricco da ogni parte di chioschi cupolati aperti da ogni lato, di forma cubica, per lo svago del re... Nel mezzo era una grande piscina nella quale erano tenuti dei pesci veri.

Vi si elevava, come se emergesse dall’acqua, il palazzo costruito con magnifica arte per il riposo distensivo del re. In una parte di questo giardino, perché non mancasse nulla al piacere del re, si allevavano in abbondanza animali selvatici di ogni genere sia per il piacere degli occhi che per gli svaghi della corte. Ma oggi tutto è in rovina e il luogo è occupato da vigne e da orti privati», praticamente la descrizione del Paradiso.

Ma veniamo alla Cuba Soprana o Torre Alfaina ed alla recente scoperta che in effetti non è altro che una conferma degli scavi eseguiti molti anni prima e documentati dalla dottoressa Spatafora nell’articolo pubblicato sugli atti del X° congresso internazionale sulla Sicilia antica – BB.CC. dell’Università di Palermo.

La studiosa, insieme alla mia ex compianta docente di Archeologia Cristiana, la professoressa Fabiola Ardizzone, ha riportato notizie sulle campagne di scavo eseguite tra il 1997 ed il 2001 riguardanti la parte “normanna” della Villa, lato Nord-Est, corrispondente al prospetto originario del padiglione in perfetto asse tra l’altro con la piccola Cuba.

Durante gli scavi nella parte interna dell’edificio tra il 1997 e il 1998, ad una profondità di 3,70 metri rispetto all’imposta dell’arcone centrale del prospetto orientale, si rinvenne uno spesso strato di rivestimento in cocciopesto dovuto alla presenza, intorno alla struttura, di un bacino artificiale che aveva il compito di riflettere l’immagine del padiglione.

Nel 2001 invece le indagini si concentrarono nella parte centrale dell’edificio per capire lo sviluppo architettonico avvenuto nei secoli successivi; la zona scavata è quella dall’asse dell’arco di accesso alla Villa al di sotto della scalinata monumentale, ed in cui è venuta alla luce la struttura muraria antica eseguita in piccoli conci squadrati e posti su assise regolari e che trova confronto con le strutture murarie della Cuba Soprana conservatesi lungo i lati orientali e settentrionali.

Ma la vera “perla” dell’articolo è l’esistenza «di un interessante contesto riferibile ad un periodo preesistente l’impianto della Cuba Soprana, non ancora definibile, tuttavia, in termini di cronologia assoluta» che probabilmente fa riferimento alla dichiarazione del prof Julio Navarro Palazón.

Parliamo del rinvenimento di «tre grossi massi rocciosi di diverso colore e solidità che si trovano all’interno dell’edificio, davanti ai tre archi del livello inferiore» e a cui «Sono convinto che queste tre pietre abbiano avuto un grande valore sacro anche in epoca pre-araba e che attorno a loro si sia costruito tutto quanto l’edificio.

Non è un caso che, sia gli arabi, che successivamente i normanni, le lasciarono a vista grazie alle aperture degli archi e soltanto dopo, nel Cinquecento, per aumentare la stabilità della struttura, furono murati gli archi. Si tratta di un elemento davvero unico, che non si riscontra in altri sollazzi di questo tipo, anche all’estero» e considerando che nei paraggi esiste una Necropoli Punica, deve esserci davvero qualcosa di magico intorno a Palermo.

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