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Palermo, il pittore Caraccioli e quella volta che il padre gli disse di "attaccarsi alle sedie volanti"

L'avventura palermitana del pittore Antonio Maria Caraccioli, nato nel 1727 a Vercana nel Comasco, che per volere del padre si trasferisce nella capitale siciliana per lavoro

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 10 gennaio 2021

Uno degli affreschi di Antonio Maria Caraccioli

Richiamando alcuni articoli che ho pubblicato per Balarm e che riguardavano la storia della Chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri a Palermo nella zona della Vucciria, quartiere antico ed operoso della città storica, confinante, anzi proprio aderente alla zona delle logge mercantili, vi racconto uno spaccato della storia cittadina.

Il lavoro di ricerca che ho svolto nel tempo si concentra sulle antiche maestranze e corporazioni che animavano il mercato cittadino e di conseguenza alle congregazioni, compagnie e confraternite ad esse legate, ma che servivano anche come milizie a difesa delle mura cittadine in caso di minacce esterne.

Ricollegandomi alla maestranza dei Tavernieri, riprendendo gli studi svolti dalla ricercatrice Rita Pellegrini, vi racconto uno spaccato della vita settecentesca di Palermo e del micro mondo che la componeva ed in particolar modo di alcuni momenti della vita del pittore Antonio Maria Caraccioli, nato a Càino (frazione del comune di Vercana, nel Comasco) il 23 marzo 1727 da Martino Caraccioli e Maria Maddalena Panizzera, e conosciuto dagli addetti ai lavori per varie opere realizzare nell’Alto Lario, in Valtellina e in Valchiavenna.



La formazione pittorica del nostro Antonio Maria avvenne in due fasi: la prima si svolse a Palermo, mentre la seconda a Roma. L’inizio dell’avventura palermitana di Antonio Maria è collegata alla presenza in città del padre Martino che si trasferisce nella capitale siciliana per questioni di lavoro, con la speranza di migliorare le condizioni di vita della famiglia rimasta a Càino.

In effetti quella della famiglia Caraccioli non sembra la “solita” emigrazione di tipo affaristico, ma pare fosse più legata ad una volontà di "un approfondimento culturale", come conferemerebbe anche la presenza di Francesco Caraccioli, fratello di Martino e zio di Antonio Maria, il quale venne a studiare per due anni “teologia morale” a Palermo, città, a quei tempi, molto gettonata per la formazione di futuri presbiteri.

Nel 1745 la famiglia Caraccioli era divisa poiché la madre del nostro pittore, insieme con i fratelli e le sorelle minori, erano rimasti a Càino, mentre Antonio Maria, il fratello Sebastiano ed il padre Martino avevano raggiunto i parenti-soci a Palermo.

C’è da premettere che in quel periodo i viaggi non erano molto agevoli, anzi, potremmo dire che erano molto pericolosi sia per via terreste (per la presenza di briganti) che per via mare (per i pirati e corsari che infestavano il mediterraneo), nonché per la mancanza di collegamenti sicuri e/o per qualsiasi evento naturale potesse accadere. Ed infatti, per tali motivi, i viaggiatori che intraprendevano i viaggi avevano la graziosa abitudine di stipulare prima della partenza i testamenti per salvaguardare il proprio patrimonio ed i propri cari: come dire, mettiemu manu avanti!

A Palermo i Caraccioli commerciavano in vino ed aceto e possedevano in società con altri parenti un negozio e delle botteghe alla Fieravecchia, oltre ad un paio di magazzini nel Borgo Santa Lucia (zona Borgo Vecchio), punto focale della comunità commerciale Lombarda che poi smistava all’interno della città nei propri magazzini. Inoltre, nella piazza della Fieravecchia sorge la Chiesa di San Carlo Borromeo della Nazione Lombarda, costruita nel 1616 sotto la deputazione dei lombardi Abbondio Curto, Niccolò Brocco e Bernardo (o Benedetto) Ardegno e che nel 1636 passò come “Gancia” dell’abbazia di San Martino delle Scale.

Quindi il nostro Antonio Maria crebbe artisticamente in questa zona della città, tanto che la sua formazione avvenne sotto la guida di un misterioso “maestro” – che sarebbe interessante conoscere - e che, probabilmente, lo indirizzò a Roma per completare il proprio bagaglio tecnico.

Ma veniamo alla corrispondenza tra padre e figlio da Palermo a Roma, che mette in evidenza la buona abitudine, tutta palermitana, di inviare regalucci al maestro per ammuttare la crescita del ragazzo: il buon Martino, infatti, mandava mezze botti di vino “Calabrese” (un si sapi mai!). Ma Antonio Maria lo sapete che fece? Cambiò maestro ed il Padre un po' scocciato gli augurò di diventare presto a sua volta “maestro” e … che fa, la manda un botticella di vino per si e per no?

Il periodo romano per il giovane Caraccioli non fu uno dei più felici e nel 1748 ritornò a Càino col disappunto del padre che “giustamente”, dopo aver allungato vini ai vari maestri, si aspettava dei risultati diversi. Detto ciò, con buona pace accettò il fatto compiuto dal figlio che se ne tornava a casa da mammà portando con sè anche commissioni pittoriche, moglie e figli. Il mestiere di pittore comunque non portò stabilità economica ad Antonio Maria che anzi inquetava papà per farsi prestare picciuli, ma papà Martino rispose nel 1758 di "attaccarsi alle sedie volanti" (ancora non c’era il Tram n.d.r.).

Nel tempo fu evidente che a Palermo l’attività commerciale non rendeva bene e nel 1771 Antonio Maria decide di ritornare nel capoluogo siciliano insieme al figlio Sebastiano, per prendere in mano gli affari di famiglia; trova l'azienda in pessime condizioni, che evidenzia nella intensa corrispondenza con la moglie, ma precisa che l'attività era in una fase di ripresa, soprattutto per il colpo di 40 once che il figlio Sebastiano aveva vinto pigliando un “terno” al gioco del lotto (peccato che non ha scritto i numeri!) e per la quale la moglie, ovviamente, è riconoscente alla Provvidenza.

Comunque, in conclusione, i Lombardi emigranti a Palermo solevano dire al loro rientro “ho fatto Palermo!”, per i Caraccioli nemmeno si cominciò a costruirla anche se non erano messi male: alla morte di Antonio Maria avvenuta il 27 gennaio 1801 egli lasciò un'azienda attiva con pochi debiti e che vendeva principalmente i vini di Castelvetrano, della Piana, della Sicciara e di Mezzagno, oltre a moscati e liquori, ed ebbe un funerale in pompa magna con l’intervento di 34 preti (tutti pagati) … lo vedi che a Palermo a pila girava?
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