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In Sicilia ci fu pure la prima (e unica) donna vicerè: la nobildonna che regnò per 27 giorni

Eleonora portava il peso della promessa fatta al marito nel letto di morte e che la vuole come unica designata al ruolo di viceré dopo la sua dipartita. La sua storia

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 21 novembre 2023

Eleonora de Moura

Il numero 16: ‘o culo e il numero 77: le gambe delle donne o meglio ancora i diavoli. Minchia!

Cioè, che poi l’esperta in termini di Lotto in casa era zia Agatina. Zio Aspano invece esauriva le sue funzioni vitali principalmente buttando l’immondizia, comprando il pane e giocando i numeri a Lotto a mia zia Agatina.

Per il gradito servizio ella aveva a lui destinato una cornicetta in argento ancor vacante al centro del comodino mortuario per quando sarebbe giunta la sua ora di ascendere.

I numeri 16 e 77, o meglio dire 1677, è anche l’anno in cui una donna, per la prima ed unica volta, diviene viceré (non viceregina, ma viceré) di Sicilia per 27 giorni… 27 che per la cronaca è "o’càntaro", ovvero l’orinale.

Ebbene, regalatovi il terno per la ruota di Palermo facciamo una digressione per raccontare questa storia.

Immaginate di chiamarvi Aniello de Guzmàn y Carafa, di essere un nobile napoletano di origini spagnole e di trovarvi nel bel mezzo della guerra di restaurazione portoghese a meta del XVII secolo. Da un lato la Spagna che vuole dominare il Portogallo, dall’altra il Portogallo che combatte per la propria indipendenza.
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E nonostante il centrocampo da paura degli spagnoli, l’8 giugno 1663 il Portogallo fa la partita della vita e nella battaglia di Ameixial li assuntùma, ovvero gli dà una bella lezione. Nonostante i pugni con la manciaciùme, le tirate di capelli e le sputazzate, Aniello è temerario, si rifiuta di battere in ritirata e si fa catturare.

Carta imprevisti, “andare in prigione senza passare dal via!”, morale della favola Aniello si fa 5 anni rinchiuso dentro il castello di San Giorgio a Lisbona. È proprio durante questa prigionia che stipula un matrimonio con la nobildonna italo-spagnola di origini portoghesi Eleonora de Moura Corterreal y Aragona Moncada.

Purtroppo la situazione è ancora trubola e i due per sposarsi devono aspettare il 1668, quando il Portogallo conquista la sua indipendenza e Aniello finalmente fa punteggio doppio coi dadi e può uscire di prigione.

Matrimonio troppo bello, invitati sbutriati e contenti a mangiarsi pure i piedi del tavolino, facciamo un salto in avanti tanto dell’intermezzo non ce ne fotte niente e arriviamo fino al 1676, anno in cui Aniello viene nominato Viceré di Sicilia.

Ora, la situazione che Aniello de Guzman e sua moglie trovano in Sicilia non è tanto bella. Per essere precisi è completamente per la pressa, nel senso che fa schifo proprio.

Siamo dominati dagli spagnoli, carestia ogni anno a tipo Festival di Sanremo, elezione di Miss peste bubbonica e bouquet di crisantemi, rivolta di Messina, ricchi contro poveri, sgangulati contro dentisti, dulcis in fundo i francesi controllano i nostri mari dopo aver umiliato la flotta olando-spagnola ormeggiata proprio nel porto ri ‘mPaliemmu.

Dato che tutto va per il meglio (‘nta mi…!), di necessità si fa virtù e si cerca in ogni caso di vedere il bicchiere mezzo pieno. "E vabbè", dice qualcuno "chiù scuro di mezzanotte non può fare…". Sti kaiz.

Giusto nel vivo del discorso, quando sembra stia per prendere in mano la situazione, glie viene un colpo improvviso, caput, e Aniello de Guzmàn y Carafa vola in cielo e si va aggiungere alla collezione di cornicette sul comodino mortuario di mia zia Agatina.

La povera Eleonora, che nemmeno ha eredi, si trova di punto in bianco senza marito, senza "aniello" al dito in tutti i sensi, lontana da casa e circondata da tutta una maniata di viscidi lecchini che parlano in politichese e tra una condoglianza e l’altra non vedono l’ora di farsela fuori.

Perdipiù - e questo i politichesi ancora non lo sanno - Eleonora porta il peso della promessa fatta al marito nel letto di morte e che la vuole come unica designata al ruolo di viceré dopo la sua dipartita. I colletti bianchi sono tutti al funerale, pronti a darle un abbraccio e intanto facendo i conti di quello che rimane da mangiarsi una volta presa in mano la situazione.

È vero, Eleonora non è siciliana ma il detto monaci e parrini, sentici a missa e stoccaci i rini (monaci e preti, sentigli la messa e rompigli i reni), deve conoscerlo benissimo. Niente fa? Si sente la messa, accompagna il marito fino alla sepoltura nella cripta inferiore della Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni, e a quel punto decide di servire un bellissimo 800A (per il significato cercare su Google) ai lor signori che già si sfregano le mani.

Inizialmente, appena apprendono la notizia di Eleonora de Moura nuovo viceré, gridano fintamente allo scandalo, solo perché farsi fuori una donna… e che ci vuole a giocarsi una donna? Loro pensano, ma purtroppo il pane che si sono messi in testa di addentare è più duro delle loro dentiere.

Contrariamente ad ogni pronostico Eleonora si infila i pantaloni da viceré e comincia ad emanare leggi che agevolano i poveri a discapito dei ricchi: abbassa le tasse del pane, abbassando le tasse in generale, instaura numerosi fondi per gente che piccioli non ne tiene e si inventa pure una sorta di premio per le ragazze povere che vogliono sposarsi.

Riaprì dei conservatori femminili chiusi perché non abbastanza degni di ricevere fondi, soprattuto quello delle Vergini Pericolanti per evitare che le fanciulle con meno possibilità finissero col vendersi per strada.

I lecchini di prima, quelli che si erano fatti male i conti, erano loro che ora facevano come le "buttanazze", che è un modo nostrano di dire quando si fa il diavolo a quattro. Manco ci aveva messo piede Eleonora de Moura che i nobili abituati a mangiarsi tutto loro, si stavano mangiando il fegato e pure i calli delle mani, che non avevano.

Alla fine, come tutte le favole, seppur vera, dopo 27 giorni la viceré venne deposta e fu nominato il vescovo Luiz Fernàndez de Portocarrero-Bocanegra, un altro pezzo da 90 che teneva una mano per fottere e una per contarsi i piccioli.

Per tornare a mia zia Agatina dopo non troppo tempo anche lei rimase sola, ma senza diventare viceré. Anzi, era stata lei a far promettere a mio zio Aspano di venirle in sogno una volta morto per darle una bella quaterna. Ogni tanto se lo sognò che parlava ma della quaterna nessuna traccia, nisba.

E niente, non le restò che giocare per tutta la vita un solo ambo: 31 e 47, morto che parla.
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