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Posare per la Baronessa nel giardino di Villa Virginia: quei ritratti (perduti) di Palermo

Questa è la storia di come sono nati questi quadri e della pittrice che li realizzò verso la fine degli anni Sessanta: la Baronessa Rosanna Valenti Amoretti, detta "Pupa"

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 24 gennaio 2021

Uno dei ritratti realizzati dalla Baronessa Rosanna Valenti Amoretti

L’immagine che accompagna questo scritto è uno dei due ritratti realizzati verso la fine degli anni Sessanta dalla Baronessa Valenti nel parco del suo Villino “Caruso-Valenti” in via Dante a Palermo (oggi Villa Virginia).

Questa è la storia di come sono nati questi quadri e della pittrice che li realizzò: la Baronessa Rosanna Valenti Amoretti, detta “Pupa”.

Le notizie sulla Nobildonna sono poche, frutto dei suoi racconti e del ricordo di amici e parenti. Era la figlia dell’Ammiraglio Carlo Amoretti di Oneglia (che fu comandante militare e di vascello a La Canea – Creta) e nipote di Virginia, moglie di Vincenzo Caruso (uno degli amministratori dei Florio) che fece realizzare il villino Liberty affidando il progetto all’architetto Filippo La Porta.

I Caruso non ebbero figli e decisero quindi di donare il villino all’amata nipote Rosanna, che negli anni Venti sposò Il Barone Vincenzo Valenti (la cui nobile famiglia era originaria di Corleone). “Pupa” arrivò dalla Liguria a Palermo durante la “Belle Epoque”. Emancipata, colta, raffinata, parlava diverse lingue e aveva studiato arti figurative presso un noto pittore.



Era piccolina, chiara di capelli e con gli occhi azzurri. Fu una delle prime donne a usare in maniera disinvolta il rossetto in pubblico (contenuto in una giarrina con un inconfondibile profumo di rose) e a guidare macchine sportive, mostrando un carattere forte e risoluto. Quando furono realizzati i ritratti era una signora matura, elegante e di classe che si dilettava a dipingere.

Fu lei a proporre a mio padre, in virtù della loro amicizia, di ritrarre me e mia sorella. La notizia fu un evento in famiglia, mia mamma ragionò per giorni su cosa farci indossare e come pettinarci, curiosando su riviste e dipinti. Noi bambine, eccitatissime, lo considerammo un nuovo gioco ignorando cosa comportasse “posare” per un dipinto.

Alla fine, fu scelta una “mise” tra le più infelici: un abitino semplicissimo bianco con abbinati dei sandali. Per mia mamma la classe era non ostentare, unica concessione cromatica fu il mio cerchietto rosso.

Così vestite, senza nulla di particolare e prive di colore, diventammo noi lo sfondo rispetto alla bellezza del parco. Titti, mia sorella, che allora aveva cinque anni, fu la prima a essere ritratta, le fu detto di mettersi in un angolo del giardino con una mano sul fianco e di rimanere immobile. Richiesta impossibile per una bimba di quell’età e infatti dopo dieci minuti cominciò a muoversi, a tirare giù il braccio, a girare la testa per seguire le prodezze del cane da guardia Fido.

Questo primo giorno fu disastroso, tornò a casa furente e ci disse di essere stata rimproverata aspramente dalla Baronessa per la sua scarsa attenzione. Per ovviare a questo problema fu chiesto alla Baronessa di iniziare il secondo ritratto (il primo sarebbe stato terminato dopo); mia sorella con me accanto, più grande di alcuni anni e in virtù di quell’adorazione e dedizione che aveva nei miei riguardi, mi avrebbe imitato e seguito. Lo stratagemma funzionò.

Con l’occasione fu ritratto anche il cane, bloccato con un guinzaglio che mi fu dato da tenere. Ricordo che non mi pesava l’immobilità, mi riempivo gli occhi del bel palazzo liberty che avevo di fronte. Fu una specie di studio approfondito che mi fece memorizzare in maniera indelebile ogni singolo particolare, dalla pensilina di ferro battuto, alle vetrate colorate, al balcone e persino alle decorazioni sul muro esterno.

Guardavo anche la Baronessa, assomigliava alle fotografie dei pittori impressionisti colti nell’atto di dipingere, aveva un camice di cotone azzurro (pieno di chiazze colorate) e un cappello di paglia per proteggersi dal sole; davanti a lei il cavalletto, con la scatola dei colori, una serie di boccette e l’immancabile tavolozza tenuta con il pollice.

Per ovviare alla stanchezza, dovuta all’immobilità, ogni ora avevamo un po' di riposo che noi impiegavamo per perlustrare il parco, seguite dal maggiordomo Gaetano che con un vassoio ci offriva succo di frutta e i “Petit-Beurre”, i biscotti preferiti dalla Nobildonna.

La pausa durava una diecina di minuti circa, poi venivamo richiamate: “Bambine, la Baronessa vi sta aspettando”. Durante il ritratto mi fu concesso di guardare il quadro.

Fu bellissimo vederla dipingere, ricordo che a un certo punto mi disse: «Susanna la mettiamo la palazzina che sbuca tra la palma e l’ibisco, così avrete per sempre il ricordo della vostra casa?». La mia risposta fu immediata: «No, è così bella quella palma, così meraviglioso questo giardino con quei fiori rossi, non la metta la prego si rovinerebbe tutto».

La Baronessa mi scrutò e mi sorrise, era quello che voleva anche Lei. Le sessioni si protrassero per alcune settimane e dopo qualche mese i dipinti ci furono consegnati. Da allora ci hanno seguito in ogni casa, fino alla villa al mare diventata residenza dei miei genitori. Ed è qui che un giorno nefasto i ladri portarono via i ricordi di una vita.

Nel bottino ci furono anche i quadri di casa. Fu un dolore immenso; con mia sorella girammo per il giardino sperando di ritrovare qualcosa, fu così che appoggiato a un muretto vedemmo il suo ritratto. L’altro invece con noi due insieme non c’era più.

Da allora sono passati quindici anni ma io lo cerco ancora tra vecchie tele e orribili croste in mostre o mercatini dell’antiquariato, sperando di ritrovare quella bambina con il cerchietto rosso, con un cane e una bimba più piccola; ritratto di un periodo meraviglioso e bellissimo, purtroppo perduto.
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