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Thirteen: cercando rifugio nell’apparenza

L’unico scopo della sua vita diventa quello di piacere, di diventare amica della più ammirata della scuola, Evie (Nikki Reed)

  • 28 novembre 2003

Thirteen
Usa/UK2003
Drammatico
Di Catherine Hardwicke
con Evan Rachel Wood, Nikki Reed, Holly Hunter

Un piercing sulla lingua ed uno all’ombelico, il trucco che sfigura il viso, braccialetti, croci al collo, scarpe e vestiti rubati, no al cibo, alcool ed acidi nel parco. Questa diventa la vita della tredicenne Tracy (Evan Rachel Wood) che da brava ragazzina acqua e sapone, con uno stretto legame con la madre Mel (Holly Hunter) ed una grande attenzione per la scuola, in pochissimo tempo si trasforma in una adolescente irrequieta e senza punti di riferimento. O meglio. L’unico scopo della sua vita diventa quello di piacere, di diventare amica della più ammirata della scuola, Evie (Nikki Reed). Per avere un ruolo, per cercare un’identità. Tutto allora per essere sexy, perché “beauty is truth”, come amaramente appare scritto su un cartellone pubblicitario proprio quando, nel film, il nuovo modello di vita  di Tracy inizia ad infrangersi. E’ un disagio profondo, radicato nella società e nella famiglia che spinge Tracy ed Evie, e tanti come loro, a cercare rifugio in una vita in cui sono le cose a darti un’identità ed i rapporti con gli altri passano solo attraverso l’apparenza, le droghe ed il sesso. Con una rabbia così forte da portare all’autolesionismo.



Evie è figlia di una prostituta eroinomane, ha subito violenze da bambina, ed è sotto la tutela di una modella e attrice di second’ordine che certo non fornisce alla ragazza nessun punto di riferimento. “Tutti quelli che avrebbero dovuto proteggerla le hanno fatto del male” dice Mel. Tracy vive nel continuo desiderio di avere un padre che invece è sempre assente con una madre che cerca di fare il possibile per andare avanti, e che sicuramente la ama moltissimo, ma che ha i suoi problemi: parrucchiera in casa ed un compagno con problemi di droga. Un film amaro che lascia disorientati come disorientate sono le due giovani protagoniste. Ma che non fa altro che ritrarre la realtà, senza esagerazioni, con un uso della camera a mano che a tratti fa sembrare il film una videocassetta girata in famiglia. Vera. E triste. Un film pieno di donne e realizzato da donne (Catherine Hardwicke è alla sua prima regia e Nikki Reed ha contribuito alla sceneggiatura del film che in parte nasce dalle sue reali esperienze di vita).

Gli uomini hanno un ruolo assolutamente marginale: sono assenti anche quando ci sono fisicamente. Il rapido incontro tra il padre di Tracy ed il nuovo compagno della madre è davvero disarmante: un padre che non riesce a capire qual è il problema della figlia (come se fosse semplice definirlo e quindi risolverlo) con un atteggiamento che manifesta quanto poco gli interessi in realtà; ed un uomo sciatto, barba incolta e camicia aperta sul petto che cammina lentamente, quasi trascinandosi, a piedi nudi, per rientrare a casa. Non si capisce chi dei due sia più vuoto. Uno spiraglio di luce, ben reso dalla luce del sole che le illumina sfinite e abbracciate nella scena finale, è dato dall’amore di Mel per Tracy. Che forse è l’unico appiglio per andare avanti. Il film ha vinto il premio per la miglior regia al Sundance Film Festival, il premio per la migliore regia esordiente al Locarno Film Festival e il Premio Speciale della Giuria al Deauville Film Festival nonché il Premio per la migliore attrice (Holly Hunter) al Locarno Film Festival.

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