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La Shoah e la comunità ebraica a Palermo: le storie (da ricordare) che non tutti conoscono

Nel giorno della Memoria vi raccontiamo le loro vite legate anche a via Calderai, alla casa di cura Noto, alla Chimica Arenella. Storie che spesso vengono dimenticate

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 27 gennaio 2023

Albert Ahrens con Johanna Benjamin

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza che viene celebrata il 27 gennaio di ogni anno, per commemorare le vittime dell'Olocausto: gli ebrei ma anche tutte quelle persone ritenute scomode dal regime, come gli oppositori politici, le minoranze etniche, gli omosessuali e i portatori di handicap.

La data di commemorazione, non è casuale: il 27 gennaio del 1945 le truppe russe liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, ponendo termine all’agghiacciante progetto di sterminio sistematico di tutti gli ebrei in Europa, “la soluzione finale”, pianificata dai gerarchi nazisti.

I siciliani deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti sono stati 761 (G. D’Amico)".

Scrive Lucia Vincenti, nel libro “Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah” che 9 donne siciliane vennero deportate e di esse tre erano ebree: Olga Renata Castelli, nata nel 1919 a Palermo, deportata ad Auschwitz e deceduta dopo l’agosto 1944; Egle Segre, nata a Messina nel 1889, tenuta in carcere a Milano, deportata ad Auschwitz nel dicembre 1943 e uccisa subito; Emma Moscato, nata a Messina nel 1879 morta al suo arrivo ad Auschwitz nell’aprile del 1944.
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“Il novanta per cento delle donne…venivano immediatamente soppresse. La scelta di quel dieci per cento veniva fatto senza alcun criterio, a casaccio (L.Vincenti.)".

C’è stato un tempo lontanissimo in cui, alla fine del XV secolo, c’erano ben 25.000 giudei in Sicilia e la comunità ebraica di Palermo era la più numerosa dell’isola.

La presenza degli ebrei è attestata già a partire dal III secolo a.C., ma la prima notizia certa di una presenza ebraica a Palermo risale al 598 d.C, in una epistola del Papa Gregorio Magno.

Durante la conquista della Sicilia i musulmani favorirono l’immigrazione di numerosi ebrei maghrebini e fiorirono ben 51 insediamenti in tutta l’isola.

Gli ebrei palermitani erano ricchi e influenti, vivevano nel loro quartiere (separati dai cristiani), fuori dalle mura della città, nella zona compresa tra il palazzo pretorio e l’attuale chiesa di San Nicolò da Tolentino, dove possedevano una sinagoga, un ospedale, locali per la macellazione e dove svolgevano la loro attività di lavoro in tutti i settori del commercio e dell'artigianato.

Molti erano occupati nella produzione e nella lavorazione della seta, altri nella lavorazione dei metalli, nella zona dell’attuale Via Calderai. Il 31 marzo 1492 re Ferdinando II d’Aragona proclamò con “l’editto di Granada” l’espulsione degli Ebrei da tutto il regno. Il 12 gennaio 1493 fu l’ultimo giorno entro il quale poter scegliere, anche in Sicilia, se abiurare, cioè rinnegare la propria fede e convertirsi al cristianesimo, oppure espatriare.

Alcuni si convertirono, furono i così detti marrani. Altri ebrei finsero la conversione, mantenendo in segreto l'adesione al giudaismo (“criptogiudaismo”): spesso venivano però scoperti e torturati, o addirittura condannati a morte dal Tribunale d’Inquisizione.

Trascorsero diversi secoli, prima che alcune famiglie ebree decidessero di tornare a vivere in Sicilia, per dedicarsi ad attività commerciali, come nel caso di una famiglia ebreo-tedesca, gli Ahrens. La loro residenza, Villa Ahrens, requisita dal governo fascista sul finire degli ani ’30, dal 2012 è la sede palermitana della Dia (Direzione investigativa antimafia).

Nel lontano 1875 Albert Ahrens lasciò la Germania per stabilirsi a Palermo, dove si occupò inizialmente del commercio del Marsala, poi di tessuti - inaugurando un negozio in via Giovanni Meli - e infine della produzione di mobili di lusso, che egli stesso disegnava. Albert Morì nel 1938 e un anno dopo nel 1939, a causa delle leggi razziali, la villa fu espropriata alla famiglia e la moglie e le figlie furono costrette a fuggire.

Nel quartiere Arenella, tra il 1910 e il 1913, venne edificato il complesso industriale la “Società Anonima Fabbrica Chimica Italiana Goldenberg” successivamente “Chimica Italiana Arenella”, su iniziativa di alcuni capitalisti ebrei tedeschi.

La fabbrica, dopo la prima guerra mondiale, divenne una delle più grandi industrie, in Italia e nel mondo, per la produzione di acido solforico, tartarico e citrico.

Una delle prime misure attuate contro gli ebrei italiani fu il censimento o schedatura, effettuato a partire dal 22 agosto 1938, allo scopo di identificare tutti i giudei che si trovavano in Italia.

Il censimento rilevò in Sicilia la presenza di 202 ebrei residenti: 96 a Palermo; 75 a Catania; 21 a Messina; 4 ad Agrigento ; 3 a Siracusa ; 3 ad Enna.

L’11 novembre del 1938 venivano approvate dal consiglio dei ministri le leggi per la difesa della razza: gli ebrei furono banditi dalle scuole di ogni ordine e grado, dagli impieghi pubblici, dallo sport.

Cinque furono i professori che a Palermo a causa delle leggi razziali furono espulsi dall’Università, tra di essi vi fu anche Mario Fubini, che nel 1938 lasciò la cattedra di Letteratura – vinta appena un anno prima – e trovò asilo in Svizzera.

Anna Fubini, la figlia, ricorderà la casa dell'infanzia a Mondello, «una villetta circondata dai campi di carciofi»: il padre Mario sarebbe diventato uno dei più importanti critici letterari del Novecento. Gli studenti ebrei, per lo più stranieri, che frequentarono l’università di Palermo tra il 1920 e il 1940 erano circa 70 e molti di loro ebbero una vita drammatica: a tutti loro è stata dedicata una targa nell’atrio di Palazzo Steri, sede del Rettorato.

Raccontava Alessandra Sterneim - discendente da commercianti tedeschi arrivati in Sicilia già nel 1913 - che la comunità di Palermo era borghese, ricca e poco osservante: non c'era la sinagoga, né il bagno rituale, gli incontri del sabato si tenevano nelle case private, ma alcune tradizioni si rispettavano comunque.

Ebrea era anche Olga Andress, nata in Bielorussia, insegnante di lingua russa all’università di Palermo, madre dell’editore Enzo Sellerio, che avrebbe in seguito ricordato come anche la mamma fosse stata convocata in questura dal commissario Nicolosi e fosse stata informata su tutti i divieti riguardanti gli ebrei.

Il commissario si era mostrato molto gentile, “al punto di dire che mia madre non sembrava neanche ebrea…era una gran bella donna.” (E.Sellerio). Il professore Alessandro Hoffmann, nel libro “Gli amici di Moise. Cento e più storie di ebrei in Sicilia”, ha raccolto le schede biografiche di oltre un centinaio di ebrei vissuti nell’isola, in particolare nel periodo tra il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale.

Il nonno di Hoffman, in quanto ebreo. venne imprigionato nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Il violinista palermitano Aldo Mausner apparteneva a una famiglia ebraica viennese. I genitori Federico e Reben si erano trasferiti a Palermo per lavoro, prendendo la cittadinanza italiana e convertendosi al cattolicesimo.

Nel 1940, quando Aldo aveva 6 anni, con tutta la famiglia, venne internato per motivi razziali a San Vittoria in Matenano (in provincia di Ascoli Piceno). Nel 1943, dopo la Repubblica di Salò, il padre Federico Mausner fu catturato dai fascisti e portato al campo di concentramento di Servigliano, da dove riuscì ad evadere prima che arrivassero i tedeschi.

In Sicilia la popolazione sembrava per lo più indifferente, ma a volte c’era chi non riusciva a esimersi dal fare la spia, come nel caso del preside del liceo Garibaldi che aveva scritto accusando: «ho ragione di sospettare che la dottoressa che presta servizio in questo istituto appartenga alla razza ebraica».

C’era anche chi non riusciva a dormire la notte e cercava di aiutare, come nel caso invece del professor Noto. In quegli anni terribili la casa di cura Pasqualino Noto in Via Dante divenne una delle oasi di tolleranza della città, ospitando ebrei e anarchici.

Maurizio Ascoli, ad esempio, ebreo, nato a Trieste, costretto a lasciare la cattedra di Clinica medica di cui era titolare all’Università di Palermo, trovò rifugio nella casa di cura Noto, dove continuò a esercitare in segreto.

Alla clinica Noto venne accolta anche la dottoressa ebrea Ruth Adler, laureatasi in Germania nel febbraio del 1934. A Bonn aveva conosciuto per caso l'istitutrice del dottore Pasqualino e aveva appreso che nella clinica cercavano un'infermiera tedesca.

Così, fuggita dalla Germania, era arrivata a Palermo, dove il 25 settembre aveva sposato il gioielliere Cesare Lupo: dal 1 ottobre i matrimoni misti sarebbero stati proibiti.

Ruth cambiò nome in Anna Maria Lupo e iniziò a lavorare nella clinica. Ruth Jacobovitz Milazzo, che raccontava d’esser stata costantemente tenuta sotto controllo dalle forze dell’ordine perché ebrea, ricordava pure: “Avevo un’amica, una certa dottoressa Ruth Adler sposata Lupo, direttrice della clinica Noto.

Per stare qua dovette sposarsi. Il marito, che era molto religioso, volle che lei si convertisse, lei lo fece ma non sentendolo, Ne soffrì molto e nel 1987 si suicidò”.

L'anarchico Paolo Schicchi, arrivò in clinica per sottoporsi a un intervento chirurgico. Era molto anziano, ma era stato condannato a dieci anni di reclusione di cui quattro al confino.

Si raccomandò molto al buon cuore del professore Noto, perché non se la sentiva fisicamente di scontare quella dura condanna, così rimase nella clinica fino alla fine dei suoi giorni.

La Sicilia, oggi non ha più una forte presenza ebraica, esiste tuttavia un piccolo nucleo attivissimo, a Palermo, ma anche in altre realtà siciliane come Catania e Siracusa, “nuclei di comunità, elementi che definirei in ebraico: garin, ovvero piccoli semi di comunità.

Si tratta di presenze ebraiche che sono ritornate in Sicilia negli ultimi settanta o ottanta anni o siciliani di origine ebraica che stanno scegliendo la strada di un responsabile ritorno alle proprie radici.

Sostenere e curare questi semi segnerà il futuro stesso delle comunità ebraiche di Sicilia.“ (Rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello)
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