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La brigante che terrorizzò la Sicilia: Carmela, una delinquente (insaziabile) e femminista

La storia di Carmela - ritrovata in un vecchio giornale del 1951- è stata fonte di ispirazione per il romanzo "Il bandito e Margherita" di Pasquale Almirante

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 21 gennaio 2023

Nell’archivio storico del quotidiano La Sicilia, qualche anno addietro, il professore Pasquale Almirante aveva ritrovato, come raccontava egli stesso, una storia singolare, quella della delinquente Carmela Di Dio, nata a Riesi, in provincia di Caltanissetta, nel 1909.

L’articolo è stato fonte d’ispirazione per l’insegnante in pensione, che nel 2022 ha pubblicato il romanzo “Il bandito e Margherita”.

Tra le pagine ingialliate del giornale che riportava la data del 13 giugno 1951.

Almirante era rimasto incuriosito dalle vicende di Carmela, quarantenne siciliana, trascinata sullo scranno degli imputati del tribunale di Catania, accusata di furto e di essere fuggita dal carcere di Perugia, dove era stata reclusa e dove avrebbe dovuto scontare ancora molti anni per i numerosi reati commessi: associazione a delinquere, sequestro di persona, furto di bestiame e probabilmente anche omicidio.

Carmela faceva parte di una spietata banda criminale che tra il 1943 e il 1952 aveva terrorizzato la popolazione, muovendosi tra Mazzarino e Riesi, San Cono e Niscemi.
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Il banditismo in Sicilia fu una tremenda piaga cancrenosa; un fenomeno criminale che si espanse a macchia d’olio negli anni del dopoguerra, dopo lo sbarco alleato nel luglio 1943: il clima di grave instabilità politica, la fame, la precarietà e la miseria contribuirono alla formazione di bande armate che all’inizio si configuravano come bande rurali.

Già alla fine del ’43 risultava l’esistenza di trenta bande e ciascuna poteva contare su un vero e proprio arsenale - si trattava a volte di armi abbandonate dai tedeschi – per minacciare la popolazione e perpetrare crimini di ogni sorta. I banditi facevano richieste estorsive, rapine, sequestri di persona; giunsero ad assaltare persino le caserme dei carabinieri.

Nei sei anni di lotta al banditismo in Sicilia (1944-1950) caddero 81 carabinieri, 21 poliziotti, quattro militari dell'esercito e un finanziere. Il banditismo si concluse solo nel 1950, con la morte del capo banda più famoso, Salvatore Giuliano.

Carmela si era conquistata il rispetto di tutti i membri della sua banda, condividendone la vita ed era stata la donna e la consigliera del capo. Non sapeva leggere né scrivere, ma era esperta in furti e rapine, facendo uso di violenza se necessario perchè sapeva maneggiare bene le armi.

Cavalcava come un uomo (e non all’amazzone) e vestita con abiti maschili era solita andare in giro tra Riesi e Mazzarino, cercando qualche ragazza da reclutare nella banda, tanto da fare pensare a una Carmela Di Dio antesignana del femminismo, insofferente al potere maschile.

Idea che potrebbe sembrare stravagante per quei tempi, ma Carmela non era la sola banditessa siciliana.

A Tortorici, per esempio, in provincia di Messina, faceva parte della banda di Antonino Molano (ucciso da uno dei suoi uomini, nel febbraio del 1946) anche Rosaria, figlia di Molano. Nel 1951 Carmela Di Dio era l’ex donna del capobanda, il bandito Vincenzo Rindone, un uomo più giovane di lei.

Quando era stata arrestata per la prima volta nel 1947, i due focosi amanti si trovavano a Roma, in un appartamento in via Tembien 41. In quella casa le forze dell’ordine avevano trovato anche una signorina di spettacolo, una cantante dei caffè concerto (“canzonettista” la definiva il giornalista de “La Sicilia”, utilizzando un eufemismo per indicare probabilmente una donna sessualmente libera).

L’articolo del quotidiano raccontava che Carmela era evidentemente disposta ad accettare le infedeltà del suo uomo, senza troppe proteste, arrivando persino a tollerare la presenza della sciantosa sotto il suo stesso tetto.

La canzonettista invece sembrava rosa dal tarlo della gelosia, tanto che al processo avrebbe confidato ai giudici di aver appiccicato alla sua rivale il soprannome “la putra” (“la giumenta”) per via dei suoi insaziabili appetiti sessuali e per via del suo aspetto fisico: testa piccola, occhi intelligenti e corpo “dal taglio ferino, selvaggio e guizzante” dove si sente “la razza berbera delle compagne di uomini arditi disposti a seguirle”.

Arrestata dunque a Roma nel 1947, Carmela fu processata e fu condannata a scontare 27 anni di reclusione nel carcere di Perugia, dove era rinchiusa anche Rina Fort, la Belva di Via San Gregorio, detenuta con cui nessuna delle altre ree voleva dividere la cella, per l’orrore del delitto che aveva commesso: Rina aveva ucciso, nel 1946, la moglie e i tre bambini piccoli del suo amante, senza alcuna pietà e con una violenza inaudita.

La Fort in carcere affermava di voler farsi monaca e proponeva a Carmela di intraprendere il suo stesso cammino di redenzione. Tuttavia, al pentimento sincero della “Belva di Via San Gregorio” nessuno aveva voluto credere, mentre Carmela fu inviata in un convento, dove un giorno, eludendo la sorveglianza, riuscì a scavalcare un muro e a darsi alla fuga.

Camminando a piedi, tra sentieri nascosti e viuzze di campagna, giunse a Catania dove trovò impiego come cameriera, in casa di un notaio. Dopo qualche tempo, dopo avere sottratto soldi e biancheria, sparì all’improvviso e sempre a piedi raggiunse Piazza Armerina.

Anche qui fu assunta come donna di servizio, da una famiglia della piccola borghesia locale, ma riconosciuta da un'amica della padrona di casa, venne denunciata. Con le manette ai polsi, fu condotta nel carcere di Catania e poi processata. Giudicata colpevole e condannata, venne portata in carcere.

Da quel momento - e da quell’articolo de La Sicilia del 13 giugno 1951 - di Carmela Di Dio non si sa più nulla.

Da lì a poco ad oscurare la fama della delinquente e a terrorizzare Mazzarino sarebbero arrivati altri 4 criminali, 4 monaci banditi: padre Venanzio, padre Agrippino, padre Carmelo e padre Vittorio, che si sarebbero macchiati di vari reati come associazione per delinquere, concorso in omicidio ed estorsione continua.

Ma questa è un’altra (brutta) storia.
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