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Il borgo tra 3 valloni a Sud della Sicilia: il gioiello (barocco) che aveva cento chiese

Ci immergiamo nel lungo percorso che ci porta in uno dei siti culturali siciliani più belli che nel 2002 ha ottenuto il riconoscimento di Patrimonio dell'Unesco

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 28 agosto 2024

Chiesa di San Bartolomeo a Scicli

“La città di Scicli sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo di una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini…".

Nel 1941 lo scrittore e critico letterario Elio Vittorini ne “Le Città del Mondo” paragonava Scicli a una, se non alla città più bella del mondo. Come dargli torto?

A distanza di molti anni, le sue parole assumono tale importanza di fronte allo splendore del piccolo comune. La ricca provincia di Ragusa si erge a posizione privilegiata nelle forme architettoniche.

Oltre a Ibla e Modica, la “nostra Scicli” vuole raccontarci un lungo percorso. Quest’ultima, dall’alto del suo ricco patrimonio, deriva (secondo gli storici) da Siclis. Era uno degli appellativi usati per indicare i Siculi. Come accaduto in precedenza, le fonti evidenziano ricerche e contenuti discordanti.
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Ad esempio, lo storico Idris - nella Tabula Rogeriana - risalente sempre a Siculi, ne fa una derivazione araba (Siklah). Una parte degli studiosi si è spinto oltre affermando che la stessa si identificasse con Casmene, la seconda colonia siracusana. Una serie di teorie che potrebbe, sin dall’inizio, compromettere la nostra buona volontà di cammino. Invece no! L’insieme di studi appassiona e avvalora l’idea di un territorio “pieno di tesori".

E allora armiamoci di energia positiva, spirito di osservazione e proviamo a immergerci in uno dei siti (centro storico) Patrimonio dell'UNESCO (riconoscimento ottenuto nel 2002).

È possibile raggiungere la comunità da Ragusa o percorrendo "la vecchia strata".

Quest’ultima culmina in un percorso panoramico… vietato ai cuori deboli. Paesaggi che si affacciano su ampie vallate, tornanti che non disprezzano di un’attenta guida e la compagnia incessante di ulivi, mandorli e carrubi a rendere dolce il nostro viaggio. Una volta messo piede in paese, prevale un certo… languorino.

"La broscia cu lu tuppu e la granita" meritano un assaggio veloce, ma non troppo. Non possiamo cullarci sugli allori, e quindi, via al tour delle meraviglie. È possibile visitare i monumenti (dall’esterno) grazie alla presenza dei numerosi trenini festanti. Merita menzione anche la camminata. Sono due punti di vista diversi.

Tra un passo e l’altro, in modo “leggero”, è doveroso fare cenno alla presenza di resti umani sin dal Calcolitico (ritrovamenti della Grotta Maggiore) e quelli risalenti all’Epoca antica (ritrovamento resti di un abitato greco presso la foce dell’Irminio). Oltre ai greci, altre testimonianze risalgono al periodo dei cartaginesi fino a quando i Romani ne fecero una città "decumana".

Tra leggende (Madonna delle Milizie), periodi floridi, notizie scarne degli arabi e circoscrizione militare (fece parte delle dieci Sergenzie), finalmente prende corpo la visita, quella tanto adorata agli intrepidi turisti! Indossiamo l’abilità del “Commissario Montalbano” e iniziamo le indagini.

Delle cento chiese ne sono rimaste circa una trentina. Di queste, precedentemente è stata approfondita quella di San Matteo, adagiata sul colle omonimo. L’elenco è lungo, a partire dalla Chiesa di San Guglielmo (dal 1874 divenuta Madre).

Quelle di San Giovanni Evangelista ha una facciata concavo-convessa, mentre quella di San Giuseppe si trova nel quartiere omonimo. Costruita nel 1507, la stessa subì gravi danni con il terremoto del 1693. Venne ricostruita in stile barocco.

Le chiese di Santa Teresa, Bartolomeo Apostolo, Michele Arcangelo, della Consolazione, Santa Maria La Nova (dalle vicende antiche e travagliate), Cappella Madonna della Grazia, dei Cappuccini e i complessi della Croce, Francescani, del Carmine e di Santa Lucia rendono onore al profondo culto di cui i sciclitani, nel tempo, sono stati impegnati.

Entrare nel merito delle singole strutture è impresa ardua. Il racconto meriterebbe intere pagine, ma perderebbe di spessore “visivo”. Tutto rimanga negli spazi marginali, da completare con un’ampia visita. Pagine arricchite dal bel mezzo del cammin di nostra… Scicli. All’improvviso ci accorgiamo che i piatti tipici non mancano ed entra in scena ”il tipico” assaggio.

Teste di turco, ravioli, caciocavallo, biancomangiare, scacce, cubbaita e granite all’impazzata. La cucina ragusana mette a repentaglio anche le diete “più” ferree. Il tempo scorre, gli indizi non bastano e le indagini rallentano.

Manca la “stoffa” del commissario, meglio continuare la nostra semplice ricerca. La presenza di numerosi palazzi (Bonelli - Patanè, Beneventano, Fava, Spadaro e del Municipio) rappresenta il passato a tinte nobiliari.

Gli edifici sono in netta contrapposizione con i due castelli: il Castellaccio, di cui rimangono pochi resti posti sul colle di San Matteo e quello dei Tre Cantoni a difesa dell’unico fronte non dirupato. Il processo di degrado in atto da anni è una delle forme preoccupanti di cui la Sicilia non vuole proprio distaccarsi.

Il viaggio continua! Le ville, i siti archeologici e le frazioni balneari irrompono con decisione. Playa Grande, Donnalucata, Sampieri e Cava d’Aglica-Bruca provocano il “big bang” organizzativo. Quello che finora aveva caratterizzato il territorio sciclitano viene oscurato dal mare, dai paesaggi colorati, la brezza marina e le bellezze naturali.

Che splendido binomio! La piccola Sicilia ammonticchiata di tegole e buchi nella roccia si lascia trasportare da nuove frontiere, orizzonti impensabili.

Quanti giorni vanno impiegati per la visita? Uno, due… o forse tre per ergere Scicli a manifesto di bellezza incontrastata. Senza dimenticare il quartiere rupestre di Chiafura, scavato interamente nella roccia.

Bastano pochi sguardi e scatta la molla dell’amore. È incondizionato, di quelli che vivranno a lungo. Perché Siclis è la città più bella e la gente è contenta nelle città che sono belle. E noi siamo e saremo fieri testimoni delle parole di Elio Vittorini.
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