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Mary’s Jail, esordio live per il quartetto di Bolzano

TITOLO: “Mary’s Jail”<br>ANNO: 2003<br>ETICHETTA: Autoprodotto

  • 12 gennaio 2004

Devo dire che il mio primo giudizio su questa demo di cinque brani era stato un po’ troppo avventato. Come si sa però, tanto per tirare fuori un luogo comune, ci impegniamo tanto nel trovare i difetti di ogni persona, di ogni cosa e finiamo per non accorgerci dei suoi pregi. La demo d’esordio dei Mary’s Jail, con base a Bolzano, ne ha abbastanza di difetti devo notare ma per un esordio registrato dal vivo e messo a confronto alla caterva di spazzatura a cui siamo sottoposti ogni giorno devo anche fare diversi apprezzamenti. Sono presenti ovviamente tutti i limiti e i difetti di una registrazione dal vivo e a maggior ragione non essendoci Steve Albini dietro al mixer non possiamo pretendere più di tanto. Nonostante questo è da registrare un buon missaggio, i suoni sono ben equilibrati e il sound del gruppo sembra compatto e fedele all’originale, insomma come prima produzione non c’è male e potrebbe trattarsi anche, se non per qualche piccola discrepanza ogni tanto evidente, di un lavoro di studio.

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Ma parliamo della musica. Le influenze sono un tantino palesi e forse il suono e la composizione andrebbero meglio personalizzati ma può darsi che l’intenzione del gruppo fosse spontaneamente emulativa, in questo caso il tentativo è abbastanza ben riuscito. Ci muoviamo all’interno di un sound che gravita fra grunge nirvaniano dei primi anni ‘90, slanci emotivi e toni cupi tipicamente britannici che ricordano molto gruppi della prima metà degli anni ‘80 come Cure e Joy Division tanto per citare i più noti. Il risultato è una buona miscela che ricorda, a tratti eccessivamente, il suono di gruppi come Placebo e, nel panorama italiano, dei Verdena. La voce però non è né androgina né puerile. L’interpretazione del vocalist è buona e passa da parti melodiche, talvolta sussurrate, a improvvise esplosioni emotive di stampo Cobainiano e non è mai fuori luogo. Unico problema, il gruppo si muove in un tipo di scena che funzionerà molto difficilmente fuori dall’Italia a causa della sua forza e stabilità nel mercato estero (citiamo ancora gruppi come Placebo) per cui se il gruppo ha intenzioni serie (e credo proprio di si) il cantato in inglese è un po’ fuori luogo.

Un cantato in italiano invece coinvolgerebbe meglio il pubblico nostrano e permetterebbe di gustare meglio le melodie, se poi il gruppo pensa che l’inglese si adatti meglio alla musica è un altro discorso ma io inciterei a fare almeno un tentativo. Altro difetto è l’eccessiva durata dei brani che ogni tanto, come si dice dalla mie parti “s’aggravano” e si finisce per passare alla traccia successiva magari col rischio di perdersi qualche stacco o qualche passaggio che valeva la pena di sentire. Dunque per concludere, aspettiamo una registrazione in studio con una maggiore cura di certi aspetti già citati, una maggiore ricerca di un suono più personale e un maggiore distacco dalle proprie influenze sempre che questo rientri negli obiettivi del gruppo. Per contatti marysjail@hotmail.com

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