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La testa nella "grasta" e il basilico nel Decameron: cosa manca della fiaba siciliana

Boccaccio scrive diverse novelle citando Palermo, Messina e la "Cicilia". In due di queste si avvicina alla storia che conosciamo, ma manca un elemento importante

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 8 maggio 2023

Le tipiche Teste di Moro siciliane

Chi non conosce il soggetto siciliano delle teste di moro? Una coppia di vasi in ceramica a forma di testa umana. Una è la testa di una donna solitamente di carnagione chiara dal copricapo arabeggiante; l'altra testa invece rappresenta un uomo di colore scuro, un moro, col turbante, baffi e pizzetto, dal tipico aspetto mediorientale.

Esistono un'infinità di varianti di questo soggetto a seconda della località in cui la ceramica viene prodotta. Famosa ad esempio è la ceramica di Caltagirone, in provincia di Catania, o di Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina, dove le teste vengono riprodotte tradizionalmente in maniera a dir poco "barocca" con colori molto vivaci.

Ma la fantasia dei maestri ceramisti si è andata adattando anche alle esigenze stilistiche degli arredi casalinghi, infatti le teste di moro che un tempo venivano collocate all'esterno nei vertici dei balconi o nelle scalinate o nei pilastri delle cancellate di palazzi e ville nobiliari o alto-borghesi, vengono utilizzate oggi da chiunque come oggetti di arredo interno di abitazioni private, di B&B ecc. senza contare le svariate rappresentazioni pittoriche del soggetto. Altrettanto nota è la leggenda che aleggia attorno a queste teste.
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Le versioni però si sprecano. Le più note sono due. Nella prima versione si racconta che un giorno una bella fanciulla, che abitava alla Kalsa, quartiere arabo di Palermo, era affacciata alla finestra. Passando per caso dalla strada un aitante moro, avendola vista, se ne innamorò.

L'arabo perciò fece di tutto per avere la fanciulla, tanto da abbindolarla con le parole. Dopo che l'ebbe avuta, però, pare che la sua passione andò via via scemando, fino a scomparire del tutto. La ragazza, distrutta a causa dell'imminente partenza dell'amante, indagando sul suo conto, scopre che egli è in realtà ammogliato e sta per tornarsene in “barberia”. Durante l'ultima notte trascorsa insieme, aspetterà che il sonno profondo prenda il sopravvento sull'uomo. In quel momento lo ucciderà e lo decapiterà.

Della sua testa ne farà un vaso che collocherà sul davanzale della sua finestra, vi pianterà del basilico e lo innaffierà ogni mattina con le sue lacrime per tutta la vita.

L'altra versione racconta invece che una nobile fanciulla siciliana si innamorò di un moro. Ma questo amore fu inviso alla famiglia di lei, a tal punto che un giorno i fratelli della ragazza decisero di uccidere il giovane moro.

Non vedendolo più tornare, la ragazza iniziò a domandare di lui, perfino ai suoi fratelli, i quali eludevano sempre la risposta. Una notte, alla ragazza comparve in sogno il giovane amante, il quale le rivelò che era stato ucciso dai suoi fratelli e sepolto in un luogo non molto distante da casa sua.

La ragazza devastata dal dolore, andò in quel luogo che le aveva riferito il giovane amante, disseppellì il corpo e portò via con sé solo la testa; la nascose dentro un vaso e vi piantò del basilico. Per tanti giorni i suoi fratelli la videro piangere su quel vaso e, mossi da tremenda curiosità, vollero sapere che avesse di strano quel vaso così da far piangere costantemente la sorella. Quando lo presero, di nascosto a lei, scoprirono che vi era la testa dell'amante.

Fecero sparire tutto in men che non si dica e non le dissero nulla. Non appena la fanciulla si accorse che il vaso era sparito, spinta dal dolore, iniziò un canto straziante alla fine del quale morirà. Fin qui in realtà non ho detto nulla di nuovo, tantissimi si sono cimentati nel racconto di questa leggenda e ne hanno raccontato nei più minimi particolari anche la varianti, ma vorrei aggiungere un paio di riflessioni sul tema. Da dove si originano queste storie? Quali sono le fonti più accreditate?

Ovviamente buona parte delle leggende ha origine nel folklore e nella tradizione popolare che viene tramandata oralmente. Ma, per fortuna nostra, abbiamo un illustrissimo precedente come fonte storica ineccepibile e trascritta che è il Decameron di Giovanni Boccaccio.

Sono sicuro che chi già conosce il tema in questione ha letto le novelle alle quali mi riferisco e saprà o si sarà accorto che in nessuna delle novelle boccacciane esiste una precisa corrispondenza con le versioni popolari che ho poc'anzi raccontato, ovvero nel Decameron non esiste nessuna storia d'amore tra un uomo moro e una donna siciliana.

Ma come dicevamo, il precedente è molto illustre e bisogna inevitabilmente tenerne conto. Boccaccio scrive diverse novelle citando Palermo, Messina e la "Cicilia" in genere. In due di queste novelle, la quarta e la quinta novella della quarta giornata del Decameron, Boccaccio si avvicina magistralmente a ciò che oggi conosciamo, anzi direi che sembrerebbe proprio essere a conoscenza della storia e in perfetta sintonia con ciò che conosciamo noi, tranne che per alcune..."distorsioni".

La novella più simile alla leggenda è la quinta della quarta giornata. Narra di Elisabetta, figlia di un ricco mercante che viveva a Messina con i suoi tre fratelli.

Si innamora di Lorenzo, mercante pisano. Pisano? Cioè toscano, e che fine ha fatto il moro? In più "Vannuzzu" ci riferisce che i natali del padre di Elisabetta sono pure toscani in quanto “il quale fu da San Gimignano”. I fratelli di Elisabetta erano mercanti anch'essi e avevano Lorenzo come loro impiegato in un fondaco.

Quando scoprono l'amore nascosto tra Elisabetta e Lorenzo, per evitare scandali, portano Lorenzo fuori città e lo uccidono. Elisabetta ignara di tutto chiede ai fratelli che fine avesse fatto Lorenzo, ma questi le dicono che sta lavorando fuori città per conto loro.

Quando, dopo lungo tempo, e tanto pianto, Lorenzo appare in sogno a Elisabetta le racconta la verità e dove si trova il suo corpo. Lei disperata si reca al luogo indicatole da Lorenzo, disseppellisce il corpo, ne recide la testa, l'avvolge in un drappo e la porta via con sé per nasconderla, dice Boccaccio, in un “testo”, cioè in un vaso.

In quel vaso Elisabetta pianterà del basilico e ogni mattina gli verserà le sue lacrime. Le vicine insospettite dal pianto quotidiano di Elisabetta, informano i suoi fratelli, i quali non appena la vedono piangere, fanno in modo di far sparire il "testo", ovvero il vaso.

Vi guardano dentro e vi scoprono la testa di Lorenzo. Prima che lo scandalo diventi di dominio pubblico si trasferiscono a Napoli. Elisabetta non avendo più neanche il vaso sul quale piangere muore di dolore. Questa la versione del Boccaccio. Dato interessante è che non si registra nella storia alcun moro e che i protagonisti sono in qualche modo o toscani o di origine toscana.

Nulla di strano, in fondo, di pisani ad esempio in Sicilia a quel tempo ve ne erano tantissimi, a Palermo c'era proprio un'intera strada che loro abitavano, la "rua pisanorum", la “via dei Librai” della quale parlai in un articolo passato. Ma non vi pare una forzatura campanilistica quella di Boccaccio? A me sì.

D'altronde i toscanacci illustri ce l'hanno per vizio, ci lodano da un lato e ci “imbrodano” dall'altro: pensate a Dante nel De Vulgari Eloquentia quando ci loda per la lingua come "padri siciliani" e poi...vabbé la storia è lunga. Torniamo ai fatti. Dunque, nessun moro nel Decameron.

A farmi contento però è sempre Boccaccio, infatti la novella di Elisabetta culmina con qualcosa di interessantissimo e cioè che essendosi a quel tempo (intendo tempo della novella) comunque sparsa la voce di ciò che era capitato a Elisabetta, vi fu “alcun che compuose” (qui il Boccaccio non specifica la provenienza geografica dell'autore) una canzone che ancora ai tempi del Boccaccio si cantava e ne riporta fedelmente, si spera, il primo verso: «Qual esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta».

Ditemi un po', quel termine “grasta” non vi fa "aprire il cuore"? È forse la cosa più siciliana dell'intera novella.

Ma il moro allora da dove proviene? Di sicuro non dal Boccaccio, però sempre da lui, in un'altra novella, la quarta della quarta giornata, si registra l'amore di una donna "mora" e di un siciliano. La figlia del re di Tunisi si innamora di Gerbino, nipote del re di Sicilia Guglielmo II "il Buono".

Essendo discendenti reali entrambi si spiegherebbe così il perché a volte le teste al posto del turbante indossano la corona. Perciò, se siamo abituati a pensare che debba essere l'uomo il moro in questa storia, sarebbe bene iniziare a cambiare idea, ormai il mondo è delle donne e sarebbe anche l'ora, specie per le "more".
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