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L'antico rito tra gallerie e loculi sotterranei: così in Sicilia si mangiava (anche) da morti

Un'antica cerimonia da riscoprire nella penombra, in un percorso di gallerie incastonate nella roccia calcarea: ecco dove e come si svolgeva il "refrigerium"

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 4 gennaio 2024

Le Catacombe di San Giovanni a Siracusa

La penombra avvolge spazi e angoli di un ambiente misterioso e, complici piccoli fari, sfuma un percorso di gallerie incastonate nella roccia calcarea: siamo all’interno delle Catacombe di San Giovanni a Siracusa.

Un luogo sacro e spirituale del IV secolo collocato a poca distanza dal Parco Archeologico della Neapolis e del Santuario della Madonna delle Lacrime, al di sotto della Basilica di San Giovanni Evangelista. Un dedalo adibito alla sepoltura e al pellegrinaggio della comunità cristiana, dove ogni passo tuona nel silenzio e sembra quasi di percepire l’eco di riti e celebrazioni praticati nei secoli, come il Refrigerium.

Un'antica cerimonia da scoprire una volta entrati nelle Catacombe mediante un passaggio nella roccia dietro la Basilica, dove il mondo cambia: dal caos della superficie, alla quiete delle profondità.

Il primo spazio da attraversare è quello della galleria principale “Decumanus Maximus”, dalla quale poi si diramano dieci gallerie secondarie chiamate Cardines che conducono a delle cappelle circolari ricavate da antiche cisterne usate per la raccolta dell’acqua e riutilizzate per la sepoltura.

Pratica, che avveniva secondo tre tipologie: i loculi, delle aperture rettangolari chiuse da tegole, lastre di marmo o pietra e con un’iscrizione; la forma, un sepolcro scavato nel pavimento delle gallerie; e infine l’arcosolio, fatto con un'arca scavata nella roccia, chiusa orizzontalmente da una tabula (mensa) con sopra una nicchia arcuata. E proprio all’inizio della seconda galleria settentrionale della Catacomba di San Giovanni se ne trova una molto particolare: la tomba del Santo.

L’aspetto è quello di una lastra di copertura con tre fori in superficie dove, appunto, veniva praticato il Refrigerium ("rinfresco"). Una cerimonia che cadeva sempre nel giorno dell’anniversario di morte del defunto e consentiva la celebrazione dolorosa del trapasso come “dies natalis”, giorno della rinascita e passaggio alla vita eterna.

Il rito, generalmente compiuto dai parenti e familiari, consisteva nel "nutrire" dal mondo dei vivi l’anima del defunto mediante quegli stessi fori praticati sulla lastra di copertura del sepolcro. Piccole aperture che servivano ad accogliere vino, latte e miele e altre bevande, versati mediante un tubicino in bronzo, che spesso veniva posizionato in direzione delle labbra del defunto per dissetarlo.

«Le testimonianze archeologiche - dice Fausto Migneco, docente di Beni Culturali Ecclesiastici all’ISSR e Guida turistica autorizzata Regione Sicilia - fanno supporre che questa fosse una sepoltura privilegiata, per la posizione, il tipo di copertura a lastra unica e la struttura a mensa del sepolcro».

Un rito, dunque, per pochi dalle origini antecedenti al cristianesimo. Infatti, le testimonianze si trovano anche nella tradizione pagana, quando il pasto commemorativo per i morti era consumato al cimitero; e infine, lo ritroviamo anche ai giorni nostri seppur modificato.

Un esempio sono i pasti funebri celebrati al Sud Italia da parenti e amici sulla tomba dei defunti o i banchetti dopo la cerimonia funebre nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti. Indipendentemente dalla sua origine, evoluzione o collocazione geografica, l’antico rito cristiano appartiene ormai a un passato da scoprire ogni qualvolta che si scende nelle profondità labirintiche e fresche delle Catacombe di San Giovanni.

E per rivivere pienamente tutta la forza ieratica di una cerimonia antichissima, al Museo Archeologico Paolo Orsi della città aretusea «è possibile osservare - conclude Fausto Migneco - una riproduzione della "tomba del santo" e, all'interno dello stesso settore, numerosi reperti provenienti dalla Catacomba di San Giovanni, come il Sarcofago di Adelfia, l'iscrizione di Euskia e numerose lucerne in terracotta».
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