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Il sacco di Palermo e le migliaia di edifici costruiti con "quel" cemento. E il tuo palazzo è sicuro?

La cronaca di questi giorni ci riporta al sacco edilizio della nostra città. A mezzo secolo e oltre dal saccheggio, qualcuno dovrebbe darci delle risposte con apposite certificazioni

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 3 dicembre 2020

Corso Olivuzza, una delle zone colpite dal Sacco di Palermo

È notizia di queste ore: «La DIA blocca undici aziende e conti per 150 milioni di euro all'imprenditore (Zummo, NdR) ritenuto vicino all'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Le prime indagini fatte dal giudice Falcone». Lo scrive Salvo Palazzolo su La Repubblica e questo mi catapulta, ci catapulta tutti all'interno di uno di quei nodi costantemente irrisolti della città di Palermo, di cui comunque è brutto parlare.

È quasi fastidioso sentire ripetere la parola "sacco edilizio" per un cittadino del Sud. Sentire cioè raccontare anche se semplicemente in forma velata che a Palermo come a Napoli o a Crotone, la mafia, la camorra o la stidda, hanno governato un’intera economia sottotraccia con la connivenza felice e determinante delle istituzioni, dei politici, dei tecnici, degli avvocati, dei notai, insomma "della società civile", è proprio un pugno allo stomaco.

La percezione consapevole di come sia andata è così diffusa, che la domanda non è più nemmeno quel: "come è stato possibile?" ma piuttosto: "e cosa possiamo farci oggi?"



Ma questa infondo è Storia, consolidata nei libri universitari, dimenticata negli articoli impolverati del Giornale di Sicilia e de L’Ora, osteggiata da politici e prelati, indagata da chi ci ha perso la vita.

Giovanni Falcone li chiamava “colletti bianchi” quei laureati nelle diverse discipline dell'umano sapere che anziché lavorare per il bene comune, divennero intermediari e ingranaggi, a volte persino attori protagonisti di quel perverso e devastante sistema che portò carrettieri, capi mastri e prestanome vari a diventare i “costruttori” delle periferie grigie del nostro magmatica presente.

Milioni di metri cubi su metri cubi di “cemento-ARMATO”, armato tra mille possibili metafore negative di brutte intenzioni su brutte intenzioni, perché alla scandalosa distruzione del paesaggio, a quell'inutile scambio tra il verde profumoso della Piana dei Colli e il grigiore anonimo dell'edilizia palaziale distante anni luce dall'architettura della nostra storia millenaria di successi urbani basati sul concetto di Genius Loci, sta facendo seguito in maniera nemmeno tanto velata, quel naturale decadimento statico delle strutture in conglomerato cementizio armato (C.C.A.) appesantite nella specificità palermitana (e non solo), dal fatto che la sceneggiatura del Sacco edilizio di Palermo sia stata perennemente nelle mani del sistema politico-mafioso che ha spremuto ogni possibile centesimo di guadagno a scapito ovviamente anche della sicurezza.

Dall'acquisto dei terreni, alla manodopera, dalla divisione degli ambiti di competenza di imprese alla fornitura di mezzi e soprattutto dei materiali da costruzione, dagli studi professionali compiacenti a qualche “manina” all’interno degli uffici preposti, ai prestiti bancari, l'intero settore delle costruzioni per almeno un buon 80 per cento è stato fino all'altro ieri, nelle mani di un mostro divoratore di spazi verdi, che ha costruito "stanzette" saccheggiando il futuro di intere generazioni.

All'interno di questa tragedia generazionale che non si è ancora esaurita e che non ha ancora dato i suoi veleniferi frutti peggiori, insiste il dato peggiore che tutti tacciono o volutamente e abilmente smarcano.

Tra i materiali da costruzione più iconici del sistema malato del Sacco edilizio, è proprio il cemento armato quello più pericoloso per le periferie abitate da centinaia di migliaia di inermi cittadini. Già.

Immaginate queste betoniere trasportare il cemento per le strutture dei nostri palazzi tra gli anni Cinquanta e Duemila. Immaginate la professionalità dei fornitori e soprattutto la provenienza del materiale fornito, moltiplicate per la fretta dei nostri simpatici "carrettieri costruttori" (massimo profitto nel minimo tempo possibile), unite a questo calcolo molto approssimativo il fatto che le fondazioni del 99 per cento del costruito abitativo poggiano sul terreno umido o peggio ancora bagnato senza alcun tipo di isolamento dall'azione lenta ma inesorabile della corrosione provocata dalla cosiddetta umidità di risalita che subito aggredisce l'anima metallica delle armature di travi e pilastri persino quando esse fossero scarsamente
presenti, avrete la trama di un disater movie in cui la colpa, come è solito dirsi, non è mai di nessuno.

Francesco Zummo, 88 anni, il costruttore indagato dalla DIA (secondo le notizie riportate dai giornali e dai tg persino quelli nazionali) avrebbe costruito centinaia, forse migliaia di condomini da solo o in associazione con altri costruttori, alcuni, non sono nemmeno bruttissimi, denotano persino una buona funzionalità planimetrica in circa 115 metri quadrati di sviluppo.

Io, come molti di voi ne abito uno ma non è nemmeno questo il punto. Le modalità costruttive, le velocità realizzative messe in campo per ottimizzare i profitti, i materiali usati all'interno del processo costruttivo, l'inconsistenza dei controlli, quel cemento armato usato con gran disinvoltura, non variano per il mostro onnivoro del Sacco edilizio, non sono variabili bensì costanti. Che il costruttore si chiami Zummo o Goldrake, Topo Gigio o El carrettier, potete stare tranquilli che siano molte di più le similitudini che le differenze a caratterizzare gli edifici della periferia palermitana.

Io, ovviamente non sono tranquillo di abitare nei “luoghi del Sacco edilizio”. Non lo sono per questioni etiche ma ancor di più per questioni tecniche e mi chiedo dove sia lo Stato oggi, che sa, che ha le prove ma non guarda il problema con metodo e coraggio risolutivo.

Dove sia lo Stato che se da un lato si attiva con la necessaria azione repressiva, non fa nulla per attivare un virtuoso censimento obbligatorio delle vulnerabilità del costruito del Sacco edilizio per ragionare se sia o meno possibile porre rimedio agli sporchi guadagni dei colletti bianchi.

Giovanni Falcone, sono sicuro, un modo lo avrebbe già trovato e persino rapido. Avrebbe magari chiesto e ottenuto da quella politica delle promesse che il 23 maggio e il 19 luglio si schiera in prima fila davanti i "due alberi del martirio", di far confluire in un apposito fondo tematico i proventi sottratti negli ultimi trent'anni agli indagati ritenuti colpevoli, ai boss e ai loro sodali, ai politici corrotti, ai colletti bianchi beccati con le mani nella marmellata, per attivare campagne di monitoraggio, verifica e miglioramento sismico degli edifici costruiti col cemento armato del Sacco.

Avrebbe creato sicurezza innescando persino un meccanismo virtuoso di lavoro con ricaduta immediata sull’economia locale di una città piegata ancora oggi dai comportamenti omertosi e scorretti e dalle solite cricche arroganti. Senza consapevolezza, non esiste cambiamento né via d'uscita.

A mezzo secolo e oltre dal saccheggio, qualcuno dovrebbe dirci con apposite certificazioni se l’edificio in cui abitiamo sia o meno sicuro, se sia ancora un tempio della vita domestica oppure la versione contemporanea di un sarcofago etrusco. Ma intanto, qualcuno sa dirci dove finiranno adesso i circa 150 milioni di euro così strappati al Sacco edilizio di Palermo? Sarebbe già un nuovo inizio.
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