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"Fuoddi, di più, fudduni": Pietro, il pazzo che trasformò le lacrime e il dolore in poesie

A chi non è mai capitato di chiedere all’amico "Che disse?", "Lascialo stare, è pazzo...". Ecco cosa era Pietro Fudduni: un pazzo. Un pazzo ancora più pazzo di un pazzo

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 15 dicembre 2020

La copertina del libro "Pietro Fullone, letterato siciliano noto come Petru Fudduni" di Fabio Petrucci

Anno del Signore 1599. Proprio mentre si stava terminando la Strada Nuova voluta dal viceré Bernardino de Càrdenas y Portugal duca di Maqueda, e che avrebbe portato il suo nome, poco più sopra, precisamente nel quartiere del Capo, in una catapecchia, il catanese Alfio Fullone (che manco sappiamo se si chiamava così) e la giovane Ninfa Tuzzolino avevano mandato i due picciriddi a giocare per strada.

La gabbia della gallina l’avevano coperta con un telo e quello che avrebbero fatto di lì a poco me lo posso solo immaginare con una delle scene di Giancarlo Giannini e Mariangela Melato in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”.

Così, da uno quegli accesi scontri passionali a colpi “bottana industriale” e “lezione nummaro uno: danaro p’accattare chistu pisci nun cinnè”, giusto nove mesi di gravidanza, nasce il terzogenito che viene battezzato quattro giorni dopo alla Cattedrale di Palermo con il nome di Pietro Carmine Fullone.



Scurava presto, televisione non ce n’era, cosa dovevano fare tutta la giornata Alfio e Ninfa? Pappiti, nove figli! E siccome Pietro era il terzo, sa quante volte lo hanno mandato, a lui, per la strada perché dovevano fare gli altri sei.

Ma Pietro pure se non lo sapeva che per strada ci avrebbe vissuto, come non sapeva che sarebbe stato un poeta, e che la sua schiena si sarebbe curvata a forza di spaccare pietre, sapeva invece, perché glielo avevano raccontato, che il signore che aveva voluto quella “Strada Nuova”, il duca di Maqueda, aveva cafuddato un colpo di martello d’oro per inaugurare i lavori e poi era morto appena un anno dopo la loro fine di una brutta cosa che si chiamava peste.

Doveva essere cattivo questo viceré perché gli avevano dato fuoco... che ne poteva sapere Pitrino cos’era la peste? E così, durante una di queste passeggiate, che Pitrino poteva avere otto anni e forse meno, vide, proprio dove si incontravano il Cassaro e la Strada Nuova (via Maqueda), un altro signore e tutta la gente che lo festeggiava, questa volta con un martello d’argento, che dava pure lui un colpo per annunciare l’inizio dei lavori di una piazza che avrebbe portato il suo nome (Villena), ma che tutto il mondo avrebbe conosciuto come "Quattro Canti" (e su questo ci abbiamo pure scritto un articolo).

Era povero Pitrino, scuola non ne aveva e manco giocattoli: gli unici giocattoli che conosceva erano le parole e parolacce che sentiva per strada e con cui giocava perché erano aggratis. E come non sapeva che sarebbe diventato un poeta, Pietro Fudduni, non sapeva nemmeno che si era scansato manco di dieci anni con un altro poeta che si chiamava Antonio Veneziano e che era saltato in aria insieme alla polveriera del Castello a Mare (anche su questo abbiamo scritto).

Come dicevamo sopra, non sappiamo se il cognome di Pietro era Fullone, perché ci sono ‘nciurie (soprannomi) che a Palermo sono più pesanti assai dei cognomi e raccontano la persona precisa precisa per come un codice fiscale.

Era pazzo Pietro, folle, fuoddi, di più, fudduni! Motivo per il quale secondo una delle ipotesi più accreditate Pietro Fudduni era così perché ne aveva una per tutti ed era stravagante dalla testa ai piedi. Fortunato non lo era stato perché erano anni di carestie e, nonostante la fame orba, Pietro già da ragazzino aveva cominciato a spaccare le pietre.

Forse, come Michelangelo che nel blocco di marmo ci vedeva già l’opera d’arte, e a lui non rimaneva che liberarla, Pitrino nelle pietre ci sentiva le parole; o forse non ci sentiva proprio niente e gli piacevano più dei cristiani giusto perché non parlavano.

Anche lui stesso diceva di sé: “N’ha ruttu petra stu Petru Fudduni”, e in effetti ne aveva rotta di pietra. Poi, improvvisamente, ritorna di nuovo quella brutta parola dal passato: peste. Ora è grande Pietro, avrà vent’anni o poco più, e sta volta cosa significava lo sa benissimo. Già, lo sa benissimo ma ancora una volta non può sapere che nell’anno 1624, infestando Palermo, si sarebbe portata via per sempre sua sorella più piccola Cristina.

E cosa fa Pietro? Si dispera, si sbatte la testa al muro, impreca contro il Padre Eterno (non è che fosse poi tanto religioso), e si spreme per piangere, solo che al posto delle lacrime a Pitrino gli escono le poesie. Una poesia acida, un po’ amara, certe volte agrodolce e spesso e volentieri prende il posto della manazza quando vorrebbe posare uno schiaffo a qualcuno e delle braccia quando quel qualcuno avrebbe voluto abbracciarlo.

Quello che non si è mai capito di Pietro Fudduni, che ormai viveva più per strada che se lo sa lui dove, è se la sua era una poesia dotta o se era impastata semplicemente di scaglie di pietre e salsedine perché spesso e volentieri faceva pure il
pescatore. Molto probabilmente la seconda.

E proprio per questo motivo, più lo si è studiato, più attorno questo insano personaggio si è avvolto il dubbio, che prima di lui aveva privilegiato solo un certo Shakespeare, che dietro questo miserabile accattone ci fosse in realtà un dotto e nobile uomo altrimenti non si spiegherebbe tutta la produzione poetica.

In buona sostanza la domanda è: come faceva uno che spaccava le pietre dalla mattina alla sera, e che di doveva guadagnare il pane, a stare tutto stu tempo a pensare alla poesie e viver poetando? Questo francamente non mi interessa, e poi sono pure fatti suoi.

Quello che ci interessa è che, miserabile o no, viene accettato nell’accademia dei Riaccesi di Palermo e che, una volta rinvenute le ossa di Rosalia Sinibaldi (poi Santa Rosalia) che liberarono la città dalla peste, Pietro fu così contento, ma così contento, che da quel momento riverserà la sua fede quasi interamente alla Santuzza.

E sarà ormai da vecchio che il Senato, dopo che Pietro era già famoso in tutta Palermo, gli commissionerà quello
che sarà il suo più grande orgoglio: “Rosalia, poema epico”, in cui verrà celebrato l’avvento di questa nuova santa che a Palermo ha fatto il miracolo. Quello fu forse il momento più alto della sua vita perché in fondo di Pietro Fudduni ce ne sono sempre stati a Palermo, almeno uno ogni generazione.

Agli angoli delle strade, nei mercati rionali, all’uscita dei tabacchini, che poetano, chi un modo più raffinato chi meno, sempre con la risposta pronta, domandando qualche spicciolo e dando in cambio un pezzo di anima.

Cosi faceva Pietro, così fece pure Peppe Schiera. A chi non è mai capitato di chiedere all’amico “Che disse?” “lascialo stare, è pazzo...". Ecco cosa era Pietro Fudduni: un pazzo. Un pazzo ancora più pazzo di un pazzo: un Fudduni, che la miseria, la peste, la morte, le lacrime e il dolore, le trasformò per sempre in poesie.
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