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Altro che Cina: ecco perché senza la Sicilia gli spaghetti al pomodoro non esisterebbero

Il piatto simbolo dell'Italia ha un alone talmente mistico che la immaginiamo da sempre nelle nostre dispense. Eppure non è così: per arrivare a noi ne ha fatta tanta di strada

Claudia Rizzo
TV producer
  • 4 gennaio 2021

Spaghetti al pomodoro

Goethe diceva che «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna». Come possiamo dargli torto?

D’altronde, forse non tutti lo sanno, senza la Sicilia l’Italia non avrebbe il suo piatto simbolo per eccellenza: loro maestà “gli spaghetti al pomodoro”. No, non è uno scherzo. Anche perché, per gli italiani, l’argomento in questione è una cosa più che seria.

Centinaia di formati, migliaia di ricette e infinite preparazioni fanno della pasta un segno identitario dell’Italia a tavola. Un piatto che ci unisce nelle differenze e ci fa essere compatti di fronte a chi osa oltraggiarla cucinandola scotta, utilizzandola come contorno o pensando che un formato valga l’altro.

È una pietanza con un alone talmente sacro e mistico che la immaginiamo da sempre nelle nostre dispense, eppure non è così: ne ha fatta tanta di strada prima di arrivare sulle nostre tavole come la conosciamo oggi.



Dalla Cina con furore? A quanto pare no: la leggenda che vuole Marco Polo come diffusore della pasta nel nostro Paese al ritorno dal suo viaggio in Oriente è una fake news - come scrive recentemente lo storico Massimo Montanari nel suo libro “Il mito delle origini”.

Ai tempi non esistevano ancora i social network, ma la notizia si diffuse comunque in fretta «solleticando le fantasie e l’immaginazione di molti». Come è stato possibile? Ne “Il Milione”, il viaggiatore veneziano parla della farina di sago, un amido estratto da una specie di palma che gli abitanti di Sumatra utilizzavano per fare alcuni tipi di pasta.

Sarà Giovanni Battista Ramusio, due secoli dopo, pubblicando i ricordi di viaggio di Marco Polo, a «fraintendere e manipolare il testo, trasferendo l’informazione sulla pasta di sago alla pasta in genere e facendo così credere al lettore che il mercante ne abbia scoperto il segreto in Cina».

Se non dall’Estremo Oriente, che pure ebbe la sua tradizione (ma indipendente e autonoma da quella occidentale), da dove è arrivata quindi la pasta secca? Stavolta non c’è alcun cuoco, monaco o pastore protagonista, come spesso avviene in molte storie sull’invenzione di questa o quella ricetta. Stavolta è molto più semplice di così.

La "colpa" sarebbe, infatti, degli arabi: messa a punto la tecnica dell’essicazione, che ne garantiva una lunga conservazione ideale anche per il trasporto (un’intuizione rivoluzionaria, non c’è che dire!), sarebbero stati loro a diffonderla «in modo capillare» e ad affiancarla alla tradizione già esistente della pasta fresca.

Ed è a questo punto che finalmente entra in gioco la nostra Isola. Nella Sicilia del XII secolo, intrisa della cultura araba e ormai avvezza a coltivare grano dai tempi dell’antica Roma, troviamo un documento che racconta di una vera e propria industria della pasta secca, in grado per di più di gestire il ciclo produttivo in tutte le sue fasi.

A descrivere gli stabilimenti di questo antichissimo pastificio, con sede a Trabia, è il geografo al- Idrisi, nobile maghrebino divenuto collaboratore del re normanno Ruggero II, che in un suo libro chiama la pasta itriyya, riferendosi soprattutto alla pasta di formato lungo e stretto. Dalle coste siciliane partivano quindi moltissimi carichi di navi alla volta del Mediterraneo, raggiungendo «tutto il sud Italia e altri paesi musulmani e cristiani».

Fino al Cinquecento, però, la pasta secca non era ancora il piatto principale degli italiani. Probabilmente, infatti, veniva più che altro consumata come cibo di riempimento (scotta e come companatico, incredibile ma vero), soprattutto dai ceti popolari e dai contadini che la producevano - al contrario di quella fresca che veniva gustata dai nobili e benestanti.

Non è un caso se fino ad allora i siciliani venivano chiamati "mangia maccheroni", titolo che sarebbe stato poi destinato ai napoletani: segno chiaro di come in Sicilia la pasta secca fosse consumata molto più che in Italia e nel resto d’Europa.

Mangia maccheroni o meno, senza i siculi non sarebbe avvenuto quell’incontro perfetto che ha permesso agli spaghetti al pomodoro di diventare icona del nostro Paese. Per portarli a tavola come li conosciamo oggi dobbiamo aspettare l’Ottocento e il matrimonio felice con una serie di prodotti e tradizioni provenienti da diverse parti dal mondo, ma il bello della loro storia secolare è proprio questo.

Non ci rimane che prepararli e cantare: «Viva la pa-pa-pappa Col po-po-po-po-po-po-pomodoro. Viva la pa-pa-pappa Che è un capo-po-po-po-po-polavoro”.
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