STORIA

HomeMagazineCulturaStoria

Spiriti, vampiri e scherzi macabri (altro che verismo): l'altro "volto" di Luigi Capuana

Col passare del tempo lo scrittore catanese sfruttò gli strumenti del verismo per indagare l’aldilà, tutte cose di cui non troverete traccia nei libri di scuola

  • 22 gennaio 2021

Lo scrittore Luigi Capuana

Uliveti, agrumeti, lecci e spighe di grano avvolgono la collinetta su cui sorge Mineo, il delizioso paese del catanese in cui c’è ancora la casa di Luigi Capuana, oggi museo e biblioteca comunale.

Qui, tra le fioche luci della candela, uno tra i massimi esponenti del verismo, del realismo siciliano, insieme a Verga e De Roberto, trascorreva le sue giornate, scrivendo in piedi davanti alla finestra dello studio, che si apriva alle campagne circostanti, e facendo sedute spiritiche.

Il piccolo Luigi, durante la villeggiatura estiva nella villa di famiglia, aveva trascorso l’infanzia ad ascoltare le bizzarre storie dei contadini e dei guardiani dei tacchini, storie di tesori nascosti e di anime di nonni che vagano per i campi.

Da dietro le grandi porte di casa origliava pure i discorsi dello zio Antonio e dei suoi ospiti che parlavano di spiriti e medium, e la curiosità cresceva giorno per giorno. Col passare del tempo Capuana sfruttò gli strumenti del verismo per indagare l’aldilà, tutte cose di cui non troverete traccia nei libri di scuola.



Egli stesso già se ne lamentava: «immaginario paladino a ogni costo delle teoriche veriste, io smentivo col fatto la leggenda creata attorno al mio nome». Fu tra i primi in Italia a occuparsi di spiritismo, a fare sedute spiritiche, a fotografare fantasmi e a scrivere racconti neri e fantastici.

Queste e altre notizie su di lui e sullo spiritismo tra Ottocento e Novecento le troverete in Metafisicherie, libro che ho scritto dopo tanti anni di ricerche, pubblicato quasi due anni fa dalla casa editrice palermitana Ex Libris, con la presentazione di Vittorio Sgarbi, che ha sostenuto il progetto, la prefazione di Clementina Giuffrida, grande libraia palermitana, figlia dello storico Romualdo Giuffrida, e le suggestive illustrazioni – copertina compresa – di Luca Ferracane, scenografo e librettista teatrale anch’egli palermitano.

Gli studi che conduceva Don Lisi, sicuramente audaci e temerari per l’Italia dell’epoca, gli attirarono critiche e sbeffeggiamenti d’ogni sorta, eppure egli non vi rinunciò mai, intensamente motivato a capire cosa realmente accadesse dopo la morte. Persino gli affetti più cari lo imploravano di smetterla con queste cose terribili e spesso lo prendevano bonariamente in giro.

L’amica scrittrice Cesira Pozzolini Siciliani lo supplicava di lasciare in pace gli spiriti, rimproverandogli di esser passato dal divertire i bambini con le favole di orchi e fate al «guastare i sonni tranquilli della gente impressionabile»! Capuana tuttavia non solo insisteva coi suoi fantasmi, ma si divertiva anche a fare scherzi macabri, a spedire autoritratti fotografici in cui si fingeva morto in poltrona. Se D’Annunzio capì subito la burla rispondendogli a tono, Verga invece si precipitò a casa dell’amico, trovandoselo dietro la porta, morto, ma dalle risate.

Con la complicità dell’amata madre Dorotea Ragusa, il giovanissimo Luigi fuggì da Mineo e da quegli studi di Legge a cui lo zio l’aveva destinato. Gli interessi umanistici e spiritici erano per lui sicuramente più forti e naturali. Il suo idolo letterario era Ugo Foscolo e da tempo desiderava scriverne una biografia: si presentò allora un’occasione unica, da non perdere.

Appena venticinquenne si stabilì a Firenze nella casa di un certo Poggi, la cui figlia diciottenne, Beppina, sarebbe stata posseduta proprio dallo spettro di Foscolo. In un afoso agosto del 1864 Capuana, attraverso numerose sedute di magnetizzazione (l’ipnotismo nelle sue fasi iniziali), cercò in tutti i modi di entrare in contatto con lo spirito del poeta dei Sepolcri, ma quell’anima burbera e scontrosa si divertì a tramortire sadicamente la ragazzina, facendola piangere e sballottolare sui mobili di tutta la casa, ragion per cui fu necessario fermarsi immediatamente.

Vent’anni dopo queste, come le altre esperienze acquisite, confluiranno nel suo primo saggio sull’aldilà, Spiritismo? De Roberto lo punzecchiò scherzosamente sul punto interrogativo – per Capuana invece segno di un’indagine in corso – confessandogli di aver appreso che gli spiriti si erano offesi per quel suo dubitare e Verga lo invitò a gettarsi subito tra le cosce di quella ragazzina isterica per calmarne i bollenti spiriti e a ritornare quindi sui suoi passi per occuparsi del comune progetto verista.

L’interesse di Don Lisi per il mondo occulto invece continuava a maturare: leggeva e conosceva spiritisti (anche di fama internazionale), organizzava e praticava sedute medianiche, scriveva saggi e articoli in riviste del settore, fotografava fantasmi e persino morti.

Tra le sue più svariate passioni, come il disegno e l’incisione, primeggiava infatti la fotografia, che ispirò più tardi anche Verga e Bufalino. Rientrato in Sicilia, alla fine dell’Ottocento, creò a Mineo un grande atelier dove trascorreva intere giornate a sperimentare tecniche e forme espressive sempre più all’avanguardia, fotografando di tutto, dai paesaggi circostanti alle vedute di paese, dai popolani ai personaggi dell’epoca (come gli amici Zola e Pirandello), dai fantasmi ai defunti (come la madre) secondo la moda vittoriana del tempo.

A tal proposito De Roberto ci racconta una storia commovente. Gli affranti coniugi Carcò non riuscirono ad avere una foto della propria figlioletta Rosina prima che morisse. Dopo qualche giorno vennero a conoscenza delle eccezionali abilità del Professor Capuana e questi non si tirò certamente indietro. Fece riesumare la «morticina» ancora incorrotta, la adagiò, distesa, in un angolo frondoso del cimitero, le incrociò le gambe, le mise la manina sotto la cuffietta e le aprì gli occhi: il ritratto della piccola Rosina ha tutt’oggi del «prodigioso».

Capuana, vi accennavo all’inizio, scrisse anche tantissime novelle gotiche, ispirate alla grande letteratura fantastica del periodo, dal Vampiro di Polidori al Frankenstein della Shelley, dal Ritratto di Dorian Gray di Wilde al Ritratto ovale di Poe. Se nel Dottor Cymbalus (1867), il protagonista decide di farsi asportare il cuore da un medico diabolico per non soffrire più, nella Redenzione dei capilavori una donna dipinta in un quadro di Sebastiano del Piombo (artista del Rinascimento veneto) viene magnetizzata da uno scienziato che vuole risvegliarne la vita sopita, ma finisce per seccare, raggrinzire orribilmente nella tela.

Forse non tutti sanno che Capuana fu anche maestro d’eccezione di Pirandello, conosciuto a Roma a casa dell’eccentrico poeta Ugo Fleres. Pirandello si lasciò suggestionare dai fantasmi di Don Lisi e persino dalla sua novella Conclusione, in cui compare il tema (tanto a lui caro) dei personaggi che, come anime in pena, si staccano dalla pagina scritta alla ricerca di un autore che, narrandone la storia, consenta loro di continuare ad esistere.

Tra i racconti di Capuana non mancano fantasmi, case infestate e vampiri: finanche nel suo romanzo più famoso, Il Marchese di Roccaverdina, appare uno spettro che sconvolge la vita del nobile protagonista.

In Forze occulte i neosposini Sàmara passeranno un’indimenticabile luna di miele in una villa Liberty infestata vicino Roma: scopriranno che in quella casa isolata – tipica della letteratura gotica – un marito furibondo per essere stato tradito vi rinchiuse la moglie che si uccise per il dolore. In Un vampiro, infine, il passionale amore fra due giovani viene ostacolato dall’ex marito di lei che, seppur morto, ritorna dall’aldilà, geloso e vendicativo, a succhiare il sangue del loro neonato in culla.

Soltanto disseppellendo e bruciando il suo corpo, la maledizione cesserà. Siamo dunque lontani dal bel tenebroso e aristocratico Conte Dracula di Bram Stoker: qui il vampiro è un borghese di estrazione popolare e richiama le nostre donni che fanno dispetti ai bambini, li spostano dalle culle, li scambiano e li uccidono.

Non a caso vengono evocati, come soluzione, «i rimedi dei contadini […], i resti della segreta scienza antica», mali che persino la scienza ufficiale non sa spiegare e guarire.
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci:
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

ARTICOLI RECENTI