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Quando un buddha si fermò a Comiso: Gyosho Morishita e la sua Pagoda della Pace

Al centro del Mediterraneo, in un punto “energico” dove Europa e Africa si incontrano, il tempio è ancora lì, a ricordarci quegli anni e una pace che ancora deve essere trovata

Claudia Rizzo
TV producer
  • 18 gennaio 2021

La Pagoda della Pace a Comiso

Siamo nei primi anni Ottanta, in piena Guerra Fredda. Dove oggi atterrano e decollano aerei di linea, un tempo sorgeva la più importante base militare del sud Europa.

In una calda giornata d’estate del 1981, infatti, il Consiglio dei Ministri dell’allora Governo Spadolini approva la decisione della Nato di collocare 112 missili nucleari di media gittata, i Cruise, nell’aeroporto di Comiso.

In un istante, quel piccolo comune siciliano in provincia di Ragusa piomba sotto i riflettori. Tanti siciliani non ci stanno, e iniziano così mesi di proteste.

Il 4 aprile del 1982 in quasi centomila, guidati da Pio La Torre, attraversano una vecchia strada provinciale e arrivano lì dove i missili stanno per prendere il posto di quello che in passato era stato un aeroporto civile: chi in auto, chi col pullman e chi perfino con l’autostop, ma tutti con l’unico obiettivo di dire no alla costruzione di quella base.

La prima di una serie di manifestazioni e carovane pacifiche. Nel giro di poco tempo, si verifica qualcosa di spontaneo mai accaduto nella movimentata storia siciliana: l’onda di protesta supera lo stretto di Messina per raggiungere le più importanti piazze italiane, valicando anche i confini nazionali e portando nella nostra isola sempre più pacifisti provenienti da tutto il mondo.



Tra loro anche Gyosho Morishita, un ex direttore di banca ormai monaco buddista che arriva a Comiso proprio sulla scia di quelle marce: col suo abito arancione e il tamburo - il cui ritmo della pace riecheggia nelle campagne e in città - sembra quasi un extraterrestre.

Un alieno che vive in un piccolo garage e che decide, anche dopo la fine della Guerra Fredda e lo smantellamento della base, di rimanere in Sicilia per edificare, proprio davanti all’aeroporto, l’ottantesima “Pagoda della pace” nel mondo.

Con le sue stesse mani e con l’aiuto di alcuni amici, in un pezzo di terra che gli viene regalato e dove un tempo c’era il campo dei pacifisti, nel giro di otto anni costruisce la quarta “stupa” d’Europa. Unica in Italia e considerata una delle più belle, la pagoda è alta 16 metri e ha un diametro di 15: con una cupola rotonda e un pinnacolo finale, bianca e imponente, spicca inconfondibile sulla collina di Canicarao.

Al centro del Mediterraneo, in un punto “energico” dove Europa e Africa si incontrano, il tempio è ancora lì, a ricordarci quegli anni e una pace che ancora deve essere trovata. Il reverendo ormai non vive più nel garage, ma in una piccola stanza accanto alla pagoda: la sua giornata, però, da oltre trent’anni inizia alle 5 del mattino e continua con la preghiera, sotto l’ala protettiva del Buddha dorato.

Un’atmosfera magica, un senso di quiete e di serenità difficili da trovare nella frenesia e nel caos giornalieri. D’altronde, come dice lo stesso Morishita nel reportage di Giuseppe Bertuccio D’Angelo, «la felicità più grande è spirituale, quella materiale non durerà mai».

Chissà, forse dovremmo andare anche noi a cercarla in quel luogo senza tempo, per riflettere su ciò che conta per davvero. Per il monaco è la salute «perché se manca quella tutto il resto è impossibile». Parole, le sue, che in un momento storico come questo dovrebbero diventare il nostro mantra.
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