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"Non sprechiamo il South Working": una proposta per far tornare i giovani al Sud

In questi mesi di emergenza sanitaria per tanti giovani i luoghi d’infanzia sono tornati a essere "casa". La Svimez conta 100mila South Workers e adesso chiede un pacchetto di incentivi

Balarm
La redazione
  • 18 novembre 2020

In questi mesi di emergenza sanitaria e lockdown, per tanti giovani i luoghi d’infanzia sono tornati a essere “casa”.

Sono immigrati di rientro, tutti dipendenti di grandi e medie aziende del centro-nord Italia che stanno lavorando da remoto e sono circa 100 mila i "South Workers" stimati dalla Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).

Dall’indagine condotta emerge che bastavano già i 45 mila dipendenti dei grandi colossi dell’impresa nel settore manufatturiero per svuotare 100 treni Alta Velocità, riempiti esclusivamente da quanti tornano dal Centro Nord al Sud. Attualmente infatti sono circa due milioni gli occupati meridionali che lavorano nel centro e nel nord del nostro Paese.

Emerge anche che, considerando le aziende che hanno utilizzato lo smartworking come modalità di lavoro nei primi tre trimestri del 2020, per circa il 3% dei dipendenti il lavoro smart si è svolto al sud, in "south working".



Tenendo conto di questi dati raccolti da Datamining, la Svimez cerca di trarne delle conseguenze: la sfida è trasformare tutto ciò in un’opportunità che contribuisca a frenare per esempio la desertificazione del Sud e soprattutto la fuga dei giovani laureati, ragazzi di età compresa tra i 25 e i 34 anni.

Una perdita immensa di capitale umano. Negli ultimi 16 anni sono stati oltre un milione i meridionali a lasciare la propria città. Il capitolo dello studio della questione è stato realizzato in collaborazione con l’associazione "South Working - Lavorare dal Sud", fondata dalla giovane palermitana Elena Militello.

I dati dimostrano che l’85,3% degli intervistati, se potesse, tornerebbe a vivere al Sud.

Il direttore della Svimez, Luca Bianchi spiega che ha deciso di avviare Osservatorio sul south working perché In questi mesi di emergenza sanitaria e lockdown, per tanti giovani i luoghi d’infanzia sono tornati a essere “casa”.

Sono immigrati di rientro, tutti dipendenti di grandi e medie aziende del centro-nord Italia che stanno lavorando da remoto e sono circa 100 mila i "South Workers" stimati dalla Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).

Dall’indagine condotta emerge che bastavano già i 45 mila dipendenti dei grandi colossi dell’impresa nel settore manufatturiero per svuotare 100 treni Alta Velocità, riempiti esclusivamente da quanti tornano dal Centro Nord al Sud. Attualmente infatti sono circa due milioni gli occupati meridionali che lavorano nel centro e nel nord del nostro Paese.

Emerge anche che, considerando le aziende che hanno utilizzato lo smartworking come modalità di lavoro nei primi tre trimestri del 2020, per circa il 3% dei dipendenti il lavoro smart si è svolto al sud, in "south working".

Tenendo conto di questi dati raccolti da Datamining, la Svimez cerca di trarne delle conseguenze: la sfida è trasformare tutto ciò in un’opportunità che contribuisca a frenare per esempio la desertificazione del Sud e soprattutto la fuga dei giovani laureati, ragazzi di età compresa tra i 25 e i 34 anni.

Una perdita immensa di capitale umano. Negli ultimi 16 anni sono stati oltre un milione i meridionali a lasciare la propria città. Il capitolo dello studio della questione è stato realizzato in collaborazione con l’associazione "South Working - Lavorare dal Sud", fondata dalla giovane palermitana Elena Militello.

I dati dimostrano che l’85,3% degli intervistati, se potesse, tornerebbe a vivere al Sud.

Il direttore della Svimez, Luca Bianchi spiega che ha deciso di avviare Osservatorio sul south working perché «potrebbe rivelarsi un’interessante opportunità per interrompere i processi di deaccumulazione di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio e che stanno irreversibilmente compromettendo lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le zone periferiche del Paese».

Per muoversi in questa direzione la Svimez sostiene la necessità di costruire intorno a questa opportunità una politica di attrazione di competenze con un pacchetto di interventi che includa incentivi di tipo fiscale e contributivo, creazione di spazi di co-working, investimenti sull’offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari) e infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il gap tra il nord e il sud e tra aree urbane e periferiche.

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