Camilleri si ribella a Monti: troppi inglesismi
Lo scrittore siciliano Andrea Camilleri accusa Mario Monti di essere il primo fautore del vilipendio della lingua italiana. No a parole straniere come "spread"

Una laurea honoris causa in lingue all’Università degli studi di Urbino per il papà del commissario Montalbano. Ad indossare tocco e toga è il maestro agrigentino Andrea Camilleri che, durante la cerimonia, non festeggia il riconoscimento appena conseguito, ma piuttosto si scaglia contro il Primo Ministro. Cosa c’entrerà mai Mario Monti con lo scrittore creatore della città immaginaria di Vigata? Una lectio magistralis che ha un po’ l’eco dell’invettiva e del rimprovero nei confronti del Presidente che, secondo quanto affermato dal romanziere, usando parole di origine straniera e neologismi è il primo a contribuire ad una pericolosa e devastante forma di colonizzazione della lingua italiana da parte delle altre lingue.
Per lo scrittore siciliano, applausi e una “standing ovation”, anche se in questo caso sarebbe meglio dire “acclamazione”, all’interno dell’Aula Magna di Magistero dell’Università di Urbino. Il disappunto nasce proprio dalle vicissitudini di questi giorni in merito alla “spending review”. Distante dalla disquisizione politica di merito del Governo, l’offesa è di carattere prettamente lessicale. «Parlando di spread o di spending review Monti è il primo a dare il cattivo esempio», afferma Camilleri.
La lingua di Dante è forse in serio pericolo, tanto che ad oggi una simile situazione farebbe accapponar la pelle pure agli atavici fondatori dell’Accademia della Crusca. Il rischio più grande è che si possa scadere in un sostanziale provincialismo che prenda la forma dell’arretratezza culturale, della chiusura mentale e del più becero conformismo. A suon di “Ciuri ciuri”, per rimarcare il senso d’onore di appartenenza a questa terra, è poi proseguita la “bacchettata” al Primo Ministro: «Monti non fa altro che perpetrare nei nostri politici una pessima abitudine. Basta ricordare parole come election day, devolution, premier e via di questo passo. Oppure orrendi neologismi come resettare. Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di vilipendio della nostra lingua».
Una nota di sconforto quasi, in un giorno che dovrebbe essere d’orgoglio, accanto alla moglie Rosetta, a suggellare un’onorata carriera letteraria. Nativo di Porto Empedocle è senz’altro uno dei padri della letteratura, siciliana in primis. E il rammarico si trasforma quasi in offesa quando ricorda che la traduzione in italiano degli atti legislativi dell’Unione Europea è stata abolita, nonostante l’Italia sia stata uno dei paesi fondatori della stessa Comunità.
Che la colpa provenga dai vertici o meno poco importa, secondo Camilleri «la nostra lingua viene quotidianamente insultata e indebolita da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l'uso di parole inglesi». Un suggerimento quello dello scrittore, un auspicio, un vademecum non scritto di buone regole per non far trascendere la nostra lingua madre nell'incuria. Meglio non badarci forse. Meglio piccamora non pinsaricci, meglio starsene a taliare il mari che, a Vigata o a Boccadasse, sempre mari è scrive il maestro in uno dei suoi romanzi.
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