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Emigrazioni al contrario: l'addio alla Sicilia in una pagina (oscura) della storia italiana

Una storia di emigrazione anomala, dalla Sicilia a Tripoli, frutto di una storia poco conosciuta del Novecento. Ce la racconta l'autrice de "La casa di Shara Band Ong - Tripoli"

Elena Cicardo
Digital strategist
  • 21 febbraio 2021

La copertina del libro "La casa di Shara Band Ong - Tripoli" di Mariza d'Anna

Aveva appena venti giorni Mariza D’Anna quando, in fasce dalla Sicilia, approdava a Tripoli. I suoi genitori - nell’agosto del 1962 sull’Isola solo perché da professori di un liceo italiano in Libia erano in vacanza nella casa di origine - vivevano lì, come i suoi nonni e come avevano fatto i suoi bisnonni.

Una storia di emigrazione anomala, un’emigrazione al contrario frutto di una pagina oscura della storia italiana del Novecento. Il colonialismo, gli eccidi, il fascismo.

Nel 1928 il suo bisnonno, Francesco, come tantissimi italiani, spinto dalla propaganda mussoliniana arriva a Biar Miggi, una zona desertica a circa due ore di strada da Tripoli dove mette su una grande azienda agricola. Il primo settembre 1969, con un colpo di Stato, in Libia prende il potere Gheddafi.

Con un decreto stabilisce l’espulsione di tutti gli italiani dal Paese. Entro un anno, ossia entro l'ottobre del 1970, tutti i 20.000 italiani, che si erano stabiliti il Libia e che formavano ormai una solida comunità integrata, sono stati costretti a scappare. In Italia furono allestiti dei campi profughi per accogliere chi non aveva più nulla nella propria terra di origine.



Mariza che oggi vive a Trapani, è una giornalista e una scrittrice, è cresciuta a Tripoli, allora aveva 9 anni.

La storia della sua famiglia la racconta in “La casa di Shara Band Ong - Tripoli”, un libro edito da Màrgana Edizioni che segue “Il ricordo che se ne ha - Biar Miggi”.

Con la voce di Tea, la bambina che è il suo alter ego, restituisce una piccola storia individuale come tante altre che entrano nella Storia con la S maiuscola, con l’ombra dei fatti tragici di cui gli italiani erano colpevoli, quell’usurpazione di cui si erano macchiate le generazioni precedenti a pesare ma al tempo stesso con il sentirsi parte di una comunità che ormai negli anni Sessanta e Settanta aveva assunto connotati completamente diversi, che considerava la Libia come la propria patria, che era legata più a quella terra che all’Italia.

«Questo libro vuole essere custode della memoria ancora di più del primo, perché questa è una memoria di cui si conosce pochissimo, dimenticata, una pagina non scritta o scritta male. E allora ho voluto testimoniare, a beneficio di chi non sa, che queste cose sono accadute, partendo dalla mia vicenda personale», spiega Mariza D’Anna.

«Il ritorno in Italia è stato per molti davvero tragico e traumatico. Profughi rimpatriati in una terra che non conoscevano, molti non c’erano mai stati, molti non hanno trovato un lavoro, non avevano un posto in cui tornare. Lasciarono tutto in Libia e persero qualsiasi cosa, i ricordi, la casa, senza avere più la possibilità di tornare - continua la scrittrice. - Si sentirono dimenticati, erano italiani ma, una volta tornati, l’Italia non sapeva più come considerarli, figli di un momento storico scomodo di cui il nostro Paese si voleva sbarazzare.

Lo stato italiano aveva firmato dei trattati internazionali per il risarcimento di quello che avevano perduto ma così non è stato e molti sono rimasti in uno strano limbo. Finché ci fu Gheddafi, fino al 2011, tutti gli italiani erano schedati ed era loro vietato di tornare in Libia. Io provai una volta a rientrare tramite la “Fondazione Orestiadi” di Gibellina che aveva rapporti con i paesi nordafricani ma mi è stato negato il visto».

Dal libro è nato anche uno spettacolo teatrale con musiche originali a cui ha lavorato, oltre alla stessa scrittrice, il drammaturgo e critico musicale romano Guido Barbieri e che aspetta la riapertura dei teatri per esser portato in giro per la Sicilia e per l’Italia intera.
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