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Cosa c'entra Federico II con le aquile e Palermo: il legame (antico) tra città e rapaci

Palermo è stata da sempre particolarmente legata allo studio, alla comprensione e alla bellezza di questi animali. Il suo stemma ne è una concreta dimostrazione

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 6 marzo 2023

Federico II in un frammento del "De arte venerandi"

Durante le ultime settimane, l’Università degli studi di Palermo, insieme alla sua casa editrice - Palermo University Press – è stata molto impegnata nella campagna di presentazione di un libro importante per l’ambiente palermitano: “Uccelli a Palermo: una guida per ascoltare e osservare”.

È stato scritto da diversi docenti ed ex studenti dell’ateneo e vuole rappresentare la prima guida all’avifauna per birdwatcher degli uccelli che è possibile riscontrare all’interno del comune.

Un testo importante, che permette a chiunque sia interessato di scoprire quali siano le specie che è probabile ascoltare o osservare nel nostro territorio metropolitano, con l’alternarsi incessante delle stagioni.

Per quanto però queste iniziative ovviamente rispecchino il bisogno urgente di ricollegare la città alle sue origini naturali, in un tempo in cui le comunità riscoprono i valori dell’educazione ambientale, se però volessimo guardare nostalgicamente al passato, noteremmo che in verità Palermo è stata da sempre particolarmente legata allo studio, alla comprensione e alla bellezza di questi animali.
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Tanto che lo stesso stemma del capoluogo risulta essere un’aquila dalle ali dorate, che tiene stretta tra gli artigli la scritta S.P.Q.P.

Se dovessimo andare a indicare qual è il periodo storico in cui tale legame fiorì la prima volta, non possiamo non guardare direttamente all'epoca normanna, in cui la Sicilia e Palermo risultarono protagonisti di un momento di rinascita artistica e culturale.

Risale infatti a quel periodo il grande regno dell’imperatore Federico II, che proprio presso la Conca d’Oro stabilì la sua corte e istituì la Scuola poetica siciliana ma anche la sua scuola di Falconeria.

Proprio a quest’ultima sua innovazione dobbiamo guardare per capire l’importanza della città per lo studio dell’ornitologia medioevale.

Non tutti infatti sanno che Federico II oltre ad essere un poeta, un filosofo, un militare e un buon legislatore, trascorse buona parte della sua vita ad approfondire le scienze naturali.

Avendo infatti passato un’adolescenza forbita e ospitando a corte alcuni dei migliori filosofi naturali del suo tempo, Federico scoprì nello studio della natura un vero è proprio hobby, che lo portò a redigere l’opera di ornitologia medioevale meglio conservata che conosciamo: il trattato De arte venandi cum avibus.

In questo testo, ricco di annotazioni scientifiche ma anche di curiosità utili per riuscire ad aprire una vera scuola di falconieri, Federico infatti raccolse in più di sei volumi (non si sa il numero effettivo finale) tutte le informazioni allora ritenuti importanti per svolgere delle soddisfacenti battute di caccia.

E il suo intento era proprio quello di formula un’opera manualistica che potesse essere apprezzata da tutti i regnanti d’Europa suoi successori. Nel testo meglio conservato, presente all’interno della Biblioteca vaticana, sono inoltre presenti 500 miniature rappresentanti circa un’ottantina di specie di uccelli.

E ciò che stupisce ancora oggi è che Federico pensò alla sua opera sotto una lente atipica per il 1200, che potremmo definire quasi linneana. All’interno della sua opera, infatti Federico descrisse gli animali a secondo della loro somiglianza, più che al loro uso effettivo.

Descrisse le varie tipologie di allevamento in maniera molto simile a quanto fatto da autori più tardi, come Darwin nella sua “Origine delle specie”. E descrisse l’ambiente che conosceva meglio, quello siciliano, con dovizia di particolari. Sappiamo inoltre che nel primo libro Federico classificò gli uccelli per categorie: acquatici, terrestri e intermedi, per poi continuare con i rapaci e non rapaci.

Nello stesso libro trattò l’argomento delle migrazioni e le caratteristiche biologiche e morfologiche degli uccelli, con particolare attenzione alle ali, agli organi interni, al piumaggio e delle particolarità del volo, divulgando per primo al mondo alcune conoscenze inerenti all’evoluzione di questi animali.

Nel secondo libro parla invece delle attrezzature e delle modalità usate per la cattura dei falchi e per il loro addestramento, come nel terzo libro, dove però descrive le modalità di caccia a piedi, a cavallo e alla traina. Il quarto libro è dedicato interamente alla caccia alla gru con il girfalco, mentre il quinto e sesto libro – gli ultimi conosciuti -si parla dell'addestramento del falco sacro alla caccia all'airone e della caccia con il falco pellegrino agli uccelli acquatici.

Oggi gli storici non sanno se Federico II redasse l’intera opera esclusivamente di suo pugno, se si fece aiutare da altri autori siciliani e arabi o se commissionò l’opera, indicando solo quali potessero gli argomenti di ciascun libro. Sappiamo però che durante il regno di Federico II la corte di Palermo ospitava la scuola di Falconeria più importante d’Italia e che le sue opere furono lette da altri regnanti italiani ed europei.

Gli storici della letteratura inoltre insegnano che molto importanti per la genesi dell'opera furono alcuni trattati molto apprezzati da Federico II durante la sua adolescenza, come il De arte bersandi di Guicennas.

L’imperatore normanno era così tanto fissato con la falconeria che fece addirittura tradurre da Teodoro di Antiochia il Moamyn, un testo arabo che verteva sugli stessi argomenti e che veniva considerato più aggiornato, rispetto ai vetusti testi romani come il De rerum natura di Lucrezio.

Con la sua passione, Federico II spinse perciò l’intera corte ad appassionarsi di falconeria e culture scientifiche, legando indissolubilmente Palermo e il sud Italia all’amore verso gli uccelli che lui apprezzava di più: i rapaci.
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