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Un miele "da bere" che si trova solo in Sicilia: una ricetta segreta di duemila anni fa

La lunga tradizione degli apicoltori sortinesi, succedutesi nelle varie generazioni, ha portato alla produzione di mieli caratteristici, quali quello di timo, eucalipto e zagara

Simona Russo
Giornalista
  • 2 gennaio 2021

Adagiata sui Monti Iblei in prossimità del fiume Anapo, Sortino è una cittadina della provincia di Siracusa particolarmente rinomata per la produzione di miele, e la sua posizione strategica la rende un ottimo punto di partenza per l'esplorazione di una zona ricca di siti di grande fascino come la vicina Necropoli di Pantalica, un antico insediamento della prima metà del XIII secolo a.C. e riconosciuta dall’Unesco Patrimonio Universale dell’Umanità.

Il popolo che abitò e realizzò Pantalica fu chiamato “Popolo delle Api”, e ancora oggi in quelle zone si produce un miele che non ha rivali in tutto il mondo. Negli Iblei l’apicoltura era certamente importante ancor prima dell’invasione greca e lo fu in particolare proprio nell’area di Pantalica ove, dal 1250 al 700 a.C., secondo gli storici, si trovava la capitale dello Stato siculo del mitico Hyblon: “re del popolo delle api”.

Il mito racconta inoltre che Xuto, fratello di Eolo, rifugiatosi a Pantalica, in segno di gratitudine per l’ospitalità ricevuta, rivelò agli apicoltori sortinesi la formula segreta racchiusa nell’anima del miele dei Monti Iblei. Nel 1882 lo storico Chiesi così scriveva a proposito del miele ibleo e del suo territorio: “[…]sono passati alla storia e nella tradizione dell’antica Sicilia come territori indicati nei quali la vegetazione era più ricca e rigogliosa che non altrove.



Quando un poeta antico abbisognava di un paragone di cosa dolcissima, squisita e profumata, non sapeva trovar fuori di meglio che il miele distillato dalle api iblee: in quella terra ove il timo, fiore prediletto all’ape, cresce spontaneo e abbondante[…]”. La mitologia greca riporta ancora che l'apicoltura avrebbe origini quasi divine: il mito narra, infatti, di come Aristeo, figlio di Apollo, venerato per aver insegnato agli uomini ad allevare le api ed il bestiame, una volta esiliato nelle colonie avesse trasmesso i suoi saperi anche alle popolazioni locali che appresero da lui le tecniche di apicoltura e pastorizia.

In Sicilia il suo culto era particolarmente sentito, tanto che nel tempio di Bacco, a Siracusa, venne eretta una statua in suo onore. La lunga tradizione degli apicoltori sortinesi, succedutesi nelle varie generazioni, ha portato alla produzione di mieli caratteristici, quali quello di timo, eucalipto e zagara, ma anche di dolci a base di miele che si producevano, e si producono ancora oggi, nei giorni delle feste.

Altro prodotto, di cui pochissime persone custodiscono i segreti per la sua produzione, è un prezioso liquore di miele chiamato "Spiritu re’ fascitrari" che deriva dall’antica tradizione di un distillato legato ai mieli dei monti Iblei: si tratta di una produzione tipica che gli apicoltori della Città del Miele di Sortino si tramandano da generazioni, ogni apicoltore sortinese detiene la sua ricetta che custodisce gelosamente dando vita a produzioni artigianali diverse. Il nome di questo nobile distillato, vero e proprio nettare degli Dei, deriva dal fatto che in Sicilia gli apicoltori sono chiamati Fascitrari, termine derivato da fascetre: ossia i legni di ferula con cui si costruivano le antiche arnie tipiche siciliane.

La tradizione apistica iblea vanta dunque origini millenarie ed affonda le proprie radici all'epoca in cui la Sicilia orientale era una colonia greca: sono circa 2.000 anni che in questa zona dell'isola gli apicoltori hanno sviluppato una tecnica di apicoltura estremamente all'avanguardia che consentiva la raccolta del miele attraverso la torchiatura dei fascetri, i favi locali impregnati di miele di ape nera sicula, senza praticare l'apicidio per annegamento o asfissia, nel pieno rispetto della natura e del prodotto finale, e la cui qualità rimaneva intatta.

Le origini dello Spiritu de' fascitrari sono altrettanto antiche: i favi si presentavano notevolmente impregnati di miele, polline e propoli, una volta disciolti nell'acqua bollente per produrre i pani di cera (considerata all’epoca più preziosa del miele), la trasformavano in un composto che per quantità di zuccheri era assimilabile ad un mosto e che, portato alle giuste temperature, cominciava a fermentare.

Una volta distillata, l'acqua donava una bevanda ricca di sapori e di profumi che veniva resa ancor più gradevole con l'aggiunta di un decotto di miele (fatto cuocere per 48 ore) ed aromi siciliani dalla ricetta segreta. Si tratta quindi un distillato di miele e cera d'api e si distingue per il suo intenso colore ambrato che si accompagna ad una dolcezza morbida e mai stucchevole, che sprigiona piacevoli note di caramello, crema e vaniglia. La raffinatezza del gusto finale racchiude i profumi della macchia mediterranea.

L’esclusività della lavorazione risiede nella maestria di composizione del “gileppo”, cioè la ricetta d’insieme degli aromi naturali aggiunti che danno vita alla versione “cunzata”, ossia condita, aromatizzata.

Le varie produzioni artigianali sono così diverse che non hanno consentito alla tipicità di superare i confini comunali. Piccola curiosità ed esperienza sensoriale è l’assaggio della “brisca”, ovvero il favo accompagnato da una fettina di limone: una golosa tentazione e abitudine dei maestri fascitrari che bisogna provare almeno una volta nella vita.
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