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Quando i morti tornano tra i vivi: chi sono i "patruneddi" e le "donni di fora" della Sicilia

Le antiche tradizioni isolane si sono così insinuate nella quotidianità che hanno finito per far parte di noi, della nostra vita, anche se spesso non ce ne accorgiamo

  • 11 dicembre 2020

Giovanni Segantini, "Le cattive madri", 1894, olio su tela, 120x225 cm, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere, dettaglio

Non sorprende più di tanto che Leonardo Sciascia abbia parlato di “sovraffollamento spiritico” dell’aere siciliano. Siamo circondati da anime di morti che vagano per ogni dove. Le antiche tradizioni isolane si sono così insinuate nella quotidianità che hanno finito per far parte di noi, della nostra vita, anche se non ce ne accorgiamo o sosteniamo di non crederci.

Dovunque nel mondo i morti tornano a disturbare i vivi. Se nell’area balcanica e in quella nordica prevale il vampiro, nelle altre regioni europee, come la nostra, i morti appaiono più in forma di spettro. C’è nell’Isola un "popolo di esseri", spiega l’antropologo Elsa Guggino – punto di riferimento indiscusso per la conoscenza dell’aldiqua siciliano – che girovaga inquieto nelle case, per le strade o per le campagne.

Anime di persone spesso morte prematuramente o per un incidente fortuito, uomini o donne che non trovano pace, cosi tristi li chiamano, liberi e autonomi oppure veicolati dal rituale magico. Quando entriamo in una casa, abitata o meno, spesso salutiamo guardandoci intorno.



A chi ci rivolgiamo? Alle anime di casa, ai patruneddi, che non sono come molti pensano gli antichi Lari romani o i nostri familiari defunti. I patruneddi, detti anche donni, donni di casa, donni di locu (che si aggirano anche fuori le case), nonni (nella Sicilia orientale), bedde signuri o fate, sono comunemente anime di donna – il latino "domina" significa anzitutto ‘padrona di casa’ – che appaiono la notte, tra barocchi abiti piumati e bianche tuniche romane, ingioiellate e con ricci fulvi, danzando e cantando in festa, facendo rumore con le stoviglie, sussurrando i nostri nomi o creando vortici d’aria.

Capricciose e d’umore volubile, in certi casi fanno anche dispetti, più o meno pericolosi, ai bambini. Si tratta di anime di madri invidiose che non sarebbero riuscite ad avere un figlio prima di morire: spostano così i bambini in culla, li nascondono, li rapiscono portandoseli nell’aldilà (altro modo per dire che li uccidono), li scambiano e possono fare ai loro capelli – come alle criniere dei cavalli – le mortali trizzi ri donna che solo un mago influente o un sacerdote hanno il potere di sciogliere.

Nel mondo popolare non è raro che i nuovi inquilini di una casa cerchino di ingraziarsi i patruneddi, pronunziando, prima di entrare e col proprio bambino in braccio, formule scaramantiche (come "ca licenza ra matri", 'con il permesso della madre'), apparecchiando in occasione della prima cena un posto in più con del cibo che non andrà toccato fino al giorno seguente, cucinando pietanze dall’odore intenso e duraturo (frittura di pesce, per esempio), o recitando preghiere propiziatorie, come questa, riportata da Giuseppe Pitrè: Patruni ri locu / io sugnu ca / vuatri siti ddocu / si vuliti stare cu mia / mi faciti ‘na santa cumpagnia.

Non tutti sono in grado di vedere le donni, ma possono avvertirne la presenza, che non deve essere mai svelata agli altri che non abitano la casa: non si parla mai di loro, non lo tollerano e possono severamente punire i trasgressori. In altri casi sembrano invece essere entità benefiche che indicano dove trovare ricchi tesori nascosti.

Assumono anche le sembianze di animali (gechi, falene, ragni, serpi, rospi e persino gatti) e si muovono in gruppi di sette, guidati dalla matruna o dalla regina delle fate, raramente dalla sibilla.

La sibilla – palese retaggio pagano che condivide lo status di profetessa con la Vergine Maria – è invece a capo della compagnia delle donni di fora, anime con attributi simili a quelli dei patruneddi ma con l’aggravante di essere streghe, figure a metà tra spettri e maghe, molto diffuse, in forma diversa, in tutto mondo e persino nell’Antichità.

All’antica Grecia, infatti, appartengono spaventosi spauracchi infantili (Baubò, Mormò, Gellò etc.) e soprattutto creature mostruose assetate di sangue giovanile, come Lamia o Empusa, i cui analoghi ritroviamo ancora oggi nelle cogas sarde, che succhiano il sangue ai bambini, o nelle naràde calabresi, che divorano addirittura le persone.

Le nostre donni di fora – quasi mai vampiri, forse perché «godono di maggiore salute», ironizza la Guggino – sono maghe "uscite fuori da sé in spirito" (ossia sotto forma del proprio spirito eletto, il comando, con cui operano abitualmente le fatture) per vagare e volare nell’aere.

Si ritrovano tutte insieme al noce di Benevento per sabba e orge notturne con i propri uomini belli e aitanti, cambiano i bambini, rapiscono le persone e le fanno volare sulle acque del mare senza farle bagnare, per poi tornare a riunirsi, come racconta Pitrè, in quella piazzetta delle fate a Ballarò dove vi sono tuttora la torretta del Gabriele e il convento di Santa Chiara.

Se è vero che la morte rappresenta l’alterità massima ignota e temuta, ciò che è in assoluto distante da noi, dai vivi, è anche vero che nelle tradizioni popolari si pone spesso come strumento di rilettura del mondo reale, allorché accada un qualcosa che ne intacchi l’equilibrio e generi disagio individuale o collettivo.

Gli spiriti intervengono pertanto a ristabilire quest’ordine compromesso e lo fanno in modi diversi. Luigi Pirandello con la sua novella Il figlio cambiato – ha rivelato l’antropologo Emanuele Buttitta – è stato abile nel comprendere indirettamente l’importanza simbolica che la morte e le sue implicazioni magiche riescono ad avere nel mondo popolare, ponendosi addirittura come alternativa possibile a una realtà inaccettabile e ingestibile.

Nel caso in cui una donna dovesse partorire un bambino portatore di handicap, considerato dalla comunità un peso economico ulteriore, basterà allora dire che quel bambino non è il proprio, che è stato scambiato dalle donni, sicché se la madre e tutti gli altri non lo accetteranno e non se ne prenderanno cura, il bambino sano rapito verrà condannato a morte e all’infelicità eterna in quell’aldilà dove l’hanno condotto.

Il male, la malattia, ritenuti mere casualità esterne, vengono così domati e l’ordine sociale ritrovato: nel De Profundis Oscar Wilde aveva già eletto la poesia della credenza immaginifica quale privilegiato «regno della luce». La stessa cosa accade nella cultura islamica. Un’altra antropologa palermitana, Daria Settineri, racconta la storia di Mounira, una donna tunisina che, tradita dal marito con un’amica di famiglia, si convince di essere vittima della fattura di una perfida zia materna.

La notte le appare spesso un jinn – potente entità animica preislamica, nata prima degli uomini e molto temuta – con le sembianze del marito, minacciandola di morte. La donna ha così riscritto la sua verità: non è stato suo marito a tradirla, giacché egli è rimasto a lavorare fino a tardi dimenticando di avvertirla, ma proprio quel jinn con le sue sembianze inviato dalla zia.

Ognuno di noi, a qualsiasi livello, ha bisogno di rappresentazioni alternative agli urti dell’esistenza, di sogni sublimanti e persino di incubi esorcizzanti, per non scivolare nell’orrore di quel caos in cui tutti, almeno una volta nella vita, finiamo per inciampare.
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