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"Na cosa mistiriusa e troppu lària a taliari": U Sugghiu, tra credenze siciliane e solitudine

Si ha traccia dei suoi presunti avvistamenti fin dai primi anni dell’Ottocento, lungo la costa tirrenica della Sicilia, ma anche nel palermitano, ad Agrigento e Siracusa

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 18 gennaio 2021

Ritaglio di protogiornale del 1700 (foto dal portale Copernicum)

Se qualcuno mai dovessi dirvi “assumigghi a nu sugghiu da Turri”, sappiate sin da ora che non vi sta facendo un complimento. Tutt’altro, avrete ottimi motivi per una forma di risentimento che però rimane incerto e vago, declinato al sospetto probabile di non conoscere l’oggetto del paragone proferito.

Cos’è, infatti, “u sugghiu”? Dovremmo piuttosto chiederci chi sia, perché secondo la leggenda esso è una creatura anfibia – un ibrido fra uomo, mammifero e rettile – lunga circa due metri e con il corpo ricoperto di squame verdastre. Il suo viso, deformato a quello di un orrendo topo, conserva alcuni tratti puerili, una specie di mostruoso bambino con gli occhi di un cane feroce e una piccola criniera sul capo.

Si racconta che questa creatura abbia la sua abituale dimora nelle zone costiere, presso le paludi e gli acquitrini di molti borghi siciliani, e si ha traccia dei suoi presunti avvistamenti fin dai primi anni dell’Ottocento, lungo la costa tirrenica, nei boschi delle Madonie, nel comune di Brolo, nelle campagne vicino Pinnisi e in alcune contrade palermitane, anche se leggende simili lo ricordano pure nei pressi di Agrigento e di Ragusa.



Pare che il mostro si nutra di altre creature animali, che richiama con un urlo spaventoso simile al grugnito di un maiale ma con un timbro più alto che lo assomiglia al raglio di un asino; e da lì le divora, avidamente, con una fame insaziabile e senza requie.

Sebbene nessuno abbia mai avuto il coraggio di affrontarlo e vincerlo, recandone vittorioso il suo viscido corpo morto, si racconta che un uomo – un cacciatore di grande coraggio e con una mira straordinaria – lo abbia scovato scaricandogli addosso un intero caricatore; tuttavia la creatura, stordita per i colpi ricevuti ma protetta dalla sua solidissima corazza, riuscì a mettersi al riparo dileguandosi tra la vegetazione.

La testimonianza sull’avvistamento più noto giunge dal borgo marinaro di Torre Archirafi, situato a sud di Riposto in provincia di Catania, dove in una calda primavera dei primi anni Ottanta qualcuno affermò di avere visto “u sugghiu” emergere dalle acque accompagnato dal suo fatidico urlo per divorare un vitello che stava serenamente brucando lungo la costa.

La notizia si diffuse presto sulle cronache, correndo di bocca in bocca, e la creatura mostruosa divenne responsabile della sparizione di ortaggi nei campi e della misteriosa scomparsa di polli e piccoli capi di bestiame, saccheggiando aie e fazzoletti di terra. Da lì il passo fu breve per una diffusione popolare della leggenda, inventando modi di dire a scopo di ammonimento morale o di sferzante freddura.

Se non lui, qualcosa che gli è prossimo è possibile rinvenirla per davvero alla Pinacoteca Zelantea di Acireale, dove, nella collezione di scienze naturali del medico e studioso Mariano Mauro Riggio che li avrebbe donati a questa istituzione culturale intorno all’Ottocento, sono esposti i reperti di due rettili la cui sagoma è apparentabile con quella del leggendario sugghiu, simile a un’iguana gigante, e cioè nel solco del mito tramandato sull’Isola.

Secondo alcuni ricercatori, difatti, sarebbero proprio questi rettili – magari abbandonati da un navigante nelle campagne prossime alla riva siciliana – ad essere stati visti, mentre per altri si tratterebbe di un serpente comune dalle dimensioni sovrastimate, anche se l’ipotesi confligge grandemente con il racconto di una vera e propria creatura eretta.

Come che sia, u sugghiu è uno dei pochi mostri della tradizione popolare siciliana, almeno nel senso del rapporto spaventoso tra le sue fattezze e la dimensione del corpo, e insiste ancora oggi ad alimentare il mistero del folklore locale nell’immagine cinematografica di lui che appare dalle acque calme devastando il silenzio con le sue urla inumane.

I modi di dire che lo riguardano pare trovino nella cittadina di Brolo le forme più diffuse di invenzione linguistica: “u sugghiu da turri”, con riferimento al torrione medievale che domina il paese con il suo borgo; oppure ancora “du Lagu”o dai “’margi du lavanaru”, cioè nel primo caso uno specchio d’acqua paludoso ai margini del torrente Jannello e nel secondo un rigagnolo del torrente Brolo in cui le donne anticamente andavano per il bucato.

Secondo gli abitanti del paese, gli anziani che fanno risalire la leggenda ai tempi del nobile Vincenzo Abbate di Longarino che fu proprietario del maniero brolese dopo i principi Lancia, u sugghiu “era na cosa mistiriusa e troppu lària a taliari”, e per questo non si svelava ad occhi umani rimanendo come una infelice ceratura fantastica, calata tra le favole nere del “lupu minario” e della “manu niura”, disapprovando la fuga degli uomini a quel suo grido nefasto che forse è solo il pianto feroce di una solitudine senza fine.

N.B. La fotografia inserita dall'articolo è presa dal portale Copernicum; nella descrizione si legge: "Trattasi di un protogiornale o per meglio dire di un “foglio volante” stampato all'indomani dell'uccisione di un mostro che imperversava nei dintorni di Catania. Il foglio riferisce che il dì 15 Giugno 1789 nell'Isola di Sicilia fu ucciso un “feroce animale anfibio che fece grande strage di persone e di bestiame d'ogni genere”.
Verosimilmente U Sugghiu.
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