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La fontana (barocca) che visse due volte: un "ingegnero" nella Sicilia della controriforma

Vincenzo La Barbera animò il contesto artistico di Palermo con la sua arte poliedrica che spaziò dalla pittura alla decorazione, dall'arredo urbano all'architettura

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 3 gennaio 2021

La fontana barocca in piazza Alberico Gentili a Palermo

Furono Manierismo ed età barocca per la Sicilia, vera linfa creativa dilagante tanto per le Arti cosiddette “maggiori” architettura, pittura e scultura, quanto per quelle troppo a lungo chiamate “minori” a cui finalmente con nuova e rinnovata sensibilità ci si rivolge ormai chiamandole “Arti Decorative”.

Un clima positivo e pragmatico animò, dopo il Concilio di Trento (1563), la volontà di una risposta rapida e decisa da parte della Chiesa di Roma, tesa a rispedire al mittente le accuse dei luterani, a cui come ebbe a sottolineare lo studioso francese Emile Mâle la Chiesa rispose costruendo una alleanza solida e puntuale con la Storia dell'arte.

Un'alleanza strategica e vincente che cambiò per sempre la storia della Chiesa, dell'arte e dell'Europa, contribuendo alla nascita di capolavori indiscutibili e di opere d'arte animate tutte da radici iconografiche e iconologiche aventi per casa comune la Roma dei Papi, quella stessa Roma in cui si trovarono attori protagonisti, talenti naturali come Caravaggio, Bernini e Borromini.



Naturalmente a centri di maggior peso economico, corrisposero una maggiore “potenza di fuoco” nelle commesse e nella costruzione di quella bellezza che prese le mosse da una diversa tensione al Divino, e in cui non vi fu piccolo centro, paese o città periferica del vecchio mondo cristiano che poté sfuggire alla fascinazione di questa “sacra alleanza estetico-teologica”, che non dovette poi nemmeno tanto esser vista come imposizione dall'alto, essendo vissuta in prima istanza proprio dagli artisti operanti, quasi come una missione culturale a servizio del mecenate più prestigioso in chiave di servizio ai fedeli.

Nella Sicilia della controriforma dunque, da tempo ormai centro di traffici commerciali importanti e snodo costante di stili e influenze culturali giunte come i maestri per mare, tanti e diversissimi l'uno dall'altro, trovarono spazio artisti d'oltremare come Filippo Paladini, Simone da Wobreck, Caravaggio e Anton Van Dyck e artisti siciliani come “Il Monrealese” Pietro Novelli, i due “zoppo di Ganci” Gaspare Bazzano e Giuseppe Salerno (anche se ormai è assodato che “Lu zoppu” fosse solo il primo), il “monocolo di Racalmuto” Pietro D’Asaro e Vincenzo La Barbera.

Quest'ultimo, nato nella vicina Termini Imerese, seppe animare il contesto artistico palermitano attraverso la propria misura artistica poliedrica che ebbe a spaziare dalla pittura alla decorazione, dall’arredo urbano all'architettura.

Sebbene la produzione pittorica attraversi alti e bassi notevoli, a soli quattordici anni, in qualità di “aiotante” lo ritroviamo a decorare il Sacramento della Chiesa madre di Termini, probabilmente allievo di Antonino Spatafora, luogo in cui tornerà ancora a lavorare nel 1610 unitamente alle decorazioni per Sala delle adunanze nel Palazzo del Magistrato (odierno Palazzo comunale) affiancato dall’erudito Giovanni Leonardo Faraone da Benevento.

Alla morte di Spatadora ormai maestro e suocero, La Barbera vi subentra in qualità di “Capomastro” delle fabbriche termitane e “Soprintendente degli acquedotti”, cariche a cui affianca la prolifica attività pittorica in capolavori coevi come La triade che fulmina l’eresia, la Dormitio Virginis, lo Sposalizio della Vergine.

Dopo la progettazione delle chiese termitane di Santa Croce (1616) e dei santi Marco e Chiara (1617) , dal 1622, trasferito a Palermo, si dedica insieme al cognato Nicasio Azzarello ad eseguire prevalentemente apparati effimeri per le celebrazioni religiose che lo portano a realizzare per il Collegio Massimo dei Gesuiti le decorazioni per le canonizzazioni dei santi Francesco Saverio e Ignazio da Loyola in pieno spirito controriformista.

A lui dobbiamo l'esecuzione della prima immagine ufficiale di Santa Rosalia (oggi al museo Diocesano di Palermo), in quel 1624 in cui scoperte le ossa, divennero subito reliquie da portare in trionfo contro la piaga della terribile epidemia di peste.

L'anno successivo La Barbera sarà l’autore dell'arco trionfale della nazione genovese al primo Festino palermitano, cominciando la collaborazione con Pietro Alvino con il quale eseguirà anche l'arco trionfale commissionato dal Senato palermitano.

A questa fase intensa di lavoro e ricca di preziosi riconoscimenti (la sua Santa Rosalia verrà portata in trionfo per le vie della città), risalirebbe inoltre la prima collaborazione con quel talento singolare che fu Mariano Smeriglio (Smiriglio) progettista della seconda sontuosa Vara argentea della santa (1631-37 M.C. Di Natale), architetto del Senato, progettista del rinnovamento della chiesa del Carmine e della Cappella di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino, egli stesso pittore.

Chiamati i due, nel 1635-36 a dar forma alla sistemazione del cosiddetto “Teatro marmoreo” nell'area poco fuori le mura presso la chiesa di Sant'Antonino, troverà realizzazione anche una fontana monumentale in cui, su disegno dello stesso La Barbera sorsero a corredo statue di cavalli marini, mostri, mascheroni.

Una fontana barocca nel senso di forte teatralità dinamica espressa soprattutto dalla sequenza di elementi verticali animati da elementi scultorei e manierista nell’equilibrio raffinato di geometrie e volumi sapientemente giustapposti l'un l'altro.

Una “Fuente” caratterizzata da una simmetrica vocazione al verticalismo, costruita sul geometrico decrescere di quattro sistemi di vasche zampillanti acqua, le prime due a pianta circolare la terza quadrilobata, l'ultima in basso generata in pianta dalla presenza di quattro semicerchi a corrodere il perimetro del quadrato connesso al piano di calpestio per mezzo di due gradini aggettanti nel medesimo grigio di billiemi, il cui fusto centrale risulta ancor oggi abitato superiormente da puttini a sorreggere la prima piccola vasca e inferiormente da quattro telamoni privi di braccia e gambe e conclusi dalle canoniche volute sinuose.

Nel 1875, dopo oltre tre secoli di onorato servizio di prestigioso arredo urbano, la fontana parzialmente smembrata dagli apparati scultorei originari, venne smontata e rimontata in quella che è oggi piazza Alberico Gentili, un ibrido di piazza non-piazza, la cui forma trapezoidale è il risultato della lottizzazione dei terreni Amato e della successiva fase di speculazione edilizia.

Malgrado la decontestualizzazione subita dalla fontana, l’immersione nel verde residuo, la posizione baricentrica rispetto al camminamento circolare all'interno del quale risulta centrata, il rapporto diretto intessuto con l'unico villino Liberty sopravvissuto, il villino Cirino Giambalvo di Ernesto Armò (1908), sono tutti elementi che concorrono oggi alla qualità di uno spazio urbano apprezzato persino nella costante distrazione dell'uso.

In pochi infatti, tra gli abituali frequentatori residenti della zona, immaginano che quella fontana abbandonata al naturale decadimento del marmo, piena di croste nere, sia una fontana successiva alla peste del 1624, uscita dalle tele (Immacolata Concezione, Stenio si oppone alla vivacità di Verre) di uno dei protagonisti più raffinati ed eclettici della controriforma in Sicilia.

Una testimonianza così preziosa della storia dell'arte italiana, meriterebbe sicuramente oltre a maggiori attenzioni un imminente progetto di restauro.

Possiamo chiamarlo “rispetto”, o più semplicemente amore per l'arte e per la nostra fragile bellezza.
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