STORIA E TRADIZIONI
L’ombra di Angelica sul sogno infranto di Concetta: ultima "Gattoparda" di Sicilia
La sua figura incarna l’essenza di un’epoca in dissoluzione, un’aristocrazia che si sgretola sotto il peso ineluttabile del cambiamento ma si illude di restare salda

Saul Nanni e Benedetta Porcaroli nei panni di Tancredi Falconeri e Concetta Salina
La sua figura incarna l’essenza di un’epoca in dissoluzione, un’aristocrazia che si sgretola sotto il peso ineluttabile del cambiamento, eppure si illude di poter restare salda nel tempo.
Figlia del principe Fabrizio Salina, Concetta è l’ultima erede di un mondo che si spegne, una donna schiacciata tra il peso di un passato glorioso e l’incertezza di un futuro in cui non trova posto, incapace di adattarsi ai mutamenti che sconvolgono la Sicilia del XIX secolo.
Cresce in un ambiente rigidamente regolato dall’etichetta, in cui il matrimonio non è il coronamento di un sentimento ma un’alleanza destinata a preservare il prestigio familiare, e il suo destino sembra già scritto, essere moglie, madre, custode di un’idea di nobiltà che sta per scomparire.
Se agli occhi della famiglia il legame con il cugino Tancredi Falconeri appare naturale e quasi inevitabile, il principe Fabrizio, con la sua lucida disillusione, vede oltre le apparenze e comprende il senso profondo della trasformazione in atto.
Il potere non appartiene più esclusivamente ai leoni e ai gattopardi, simboli di una nobiltà fiera e dominante, perché i vecchi equilibri si stanno sgretolando sotto il peso di una nuova epoca.
A emergere saranno gli sciacalletti e le iene, coloro che sapranno adattarsi con astuzia alle mutazioni del tempo. Tancredi lo ha capito prima e meglio di chiunque altro e per questo sceglie di voltare pagina, abbracciando il cambiamento senza esitazioni.
Concetta, invece, rimane saldamente ancorata a un mondo che non esiste più, ultimo baluardo di una generazione incapace di rinnovarsi, aggrappata all’illusione che il proprio status possa resistere immutato, fino a diventarne prigioniera.
Da giovane coltiva in silenzio la speranza di un amore che crede certo, poi, quando arriva Angelica Sedara, con la sua bellezza sfacciata e il fascino irresistibile, che cattura lo sguardo di Tancredi nelle serate a palazzo, «Concetta si ritrasse nel suo angolo d’ombra», assiste impotente all’allontanarsi dell’uomo che ama, attratto dal richiamo del nuovo che avanza.
«Nel cuore di Concetta si spense una luce», e con essa si dissolvono speranze, sogni, ogni possibilità di un destino diverso da quello che la storia ha già scritto per lei. In quell’istante, con dolorosa lucidità, comprende che per lei non c’è più posto nel cuore di Tancredi, che il suo amore è stato soltanto un’illusione nutrita in silenzio, un desiderio mai confessato, destinato a svanire prima ancora di prendere forma.
Ma la vita, ironica e spietata, le riserva un’ultima beffa. Ormai anziana, scopre che «Tancredi forse l’aveva amata, ma non abbastanza», che in gioventù aveva provato per lei qualcosa che avrebbe potuto sbocciare se solo le circostanze fossero state diverse.
Ma questa rivelazione non porta sollievo, non restituisce nulla, se non un rimpianto ancora più acuto, più devastante, perché non c’è dolore più grande del capire, troppo tardi, che qualcosa sarebbe potuto essere e non è stato.
«Concetta sentì il cuore serrarsi come se tutto, anche le cose, la stessero abbandonando», e in queste parole risuona la sconfitta definitiva, l’ultimo atto di una vita trascorsa nell’attesa di un amore mai vissuto, di un riscatto mai raggiunto. Anche la casa, ultimo baluardo della sua esistenza, segue il destino della sua famiglia e della sua classe.
E quando Concetta contempla il palazzo ormai vuoto e polveroso, circondata da mobili che il tempo ha rivestito di polvere come il suo cuore di rimpianti, Tomasi suggella il suo destino con una frase lapidaria, inesorabile come una sentenza.
«Tutto era stato inutile». Non resta nulla, se non il silenzio e le ombre che si allungano sulle stanze vuote. Non è un caso che Tomasi di Lampedusa abbia dato a Concetta le sembianze di una figura reale, una donna vissuta in quell’ambiente aristocratico che, lentamente, andava dissolvendosi.
La famiglia dell’autore ha infatti fornito ispirazione per molti dei personaggi del Gattopardo e Concetta Salina sembra essere la trasfigurazione di Carolina Tomasi di Lampedusa, sua zia.
Come la protagonista del romanzo, Carolina trascorse gran parte della sua vita nel palazzo di famiglia a Palermo, avvolta nel ricordo di un amore mai realizzato e spettatrice impotente della lenta decadenza della nobiltà siciliana.
Non si sposò mai, rimase profondamente legata alla casa paterna e ne divenne la custode silenziosa, testimone di un mondo che si spegneva sotto i suoi occhi.
La sua esistenza, segnata dalla frustrazione e da un senso di sconfitta, riecheggia nella storia di Concetta, che Tomasi di Lampedusa trasforma nel simbolo di un’aristocrazia incapace di adattarsi ai tempi nuovi, intrappolata nella memoria di un passato ormai irraggiungibile. Lei, l’ultima Gattoparda.
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