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L'autobus per sole donne e i siciliani focosi: quando "Concettina" non era solo un nome

C'è stato un tempo in cui le nostre nonne, quando ci si sedeva a tavola per pranzare e vedevano gli uomini separati dalle donne, dicevano: «Che fa, facemo a Cuncittina?»

Claudia Rizzo
TV producer
  • 25 gennaio 2021

"Concettina", la linea 27 dell'autobus per sole donne di Catania (foto Facebook "Obiettivo Catania")

C’era un tempo in cui a Catania, "Concettina" non era un semplice nome femminile, ma qualcosa di più. Un tempo in cui le nostre nonne, quando ci si sedeva a tavola per pranzare e tutti gli uomini stavano da una parte e le donne dall’altra, dicevano: «Che fa, facemo a Cuncittina?».

Così ci racconta Francesca, ormai palermitana d’adozione ma catanese di origine, quando le chiediamo notizie riguardo questa strana storia che, tanti anni fa ormai, vide la città etnea protagonista. Da piccola lo sentiva dire anche a sua zia Michela, ma non ne capiva il significato: soltanto crescendo scoprì il "fattaccio" che si nascondeva dietro quella frase e che sconvolse la Sicilia intera per qualche mese.

Per capirlo e conoscere l’origine di quel modo di dire, dobbiamo fare un passo indietro.

Siamo negli anni Sessanta, nel pieno del boom economico, iniziano le prime rivendicazioni femminili e le lotte per ottenere dei diritti ancora troppo lontani. In questo clima di rinnovamento, in un autunno non ancora troppo freddo, ogni mattina gli operai e le operaie che lavorano nella zona industriale prendono la linea 27.



È sempre molto affollata, una volta saliti sul bus si sta stretti come sardine. Alcune coppie si scambiano effusioni, alcuni uomini provano a corteggiare le colleghe prima di arrivare al lavoro, altri ancora, invece, approfittano della confusione e degli scossoni del mezzo per la cosiddetta “mano morta”.

Non di rado capita, quindi, di sentire lo strillo di qualche giovane donna che, a colpi di borsetta, intima al molestatore di turno di non disturbarla più, o di assistere a qualche scazzottata fra molestatori e fidanzati arrivati in soccorso.

Una situazione davvero insostenibile: le lamentele iniziano a moltiplicarsi e non si può più far finta di nulla. Quale migliore soluzione, penserà qualcuno, se non dividere la linea 27 per “generi” e creare un autobus per sole donne? Ecco, quindi, la “Concettina” approdare in città.

Una misura presa dall’oggi al domani che lascia sbigottiti tutti: gli uomini che, arrivati al piazzale come ogni mattina, si sentono dire dalla polizia di dover attendere, e le donne che, prendendo posto nella vettura creata ad hoc, non sanno se gioire o dispiacersi per un provvedimento che reputano maschilista e irrispettoso nei loro confronti.

La folla, incredula, pensa (e in alcuni casi spera) sia una soluzione temporanea. Invece no. Nei giorni a seguire la scena è nuovamente la stessa: la polizia al capolinea che cerca di bloccare eventuali “infiltrati”, le donne costrette a salire sull’autobus rosa e gli uomini sullo stesso bus di sempre.

C’è chi ogni mattina protesta perché non vuole essere diviso dalla propria dolce metà e chi non accetta quest’assurda risoluzione del problema. I battibecchi fra la polizia e i fidanzati arrabbiati diventano, quindi, all’ordine del giorno.

Nel frattempo i due autobus, ironicamente soprannominati Concettina e Coi baffi, continuano le loro corse come se nulla fosse, compiendo ogni giorno lo stesso tragitto: da piazza Duomo alla zona industriale, uno dietro l’altro. Una routine che si stabilizza.

La notizia, però, comincia a fare il giro del mondo. Non se ne occupano soltanto i giornali italiani, ma anche quelli stranieri. Su un giornale argentino campeggia addirittura il titolo "Sicilianos Fogosos" (I Siciliani Focosi) e i francesi scrivono "Les catanais son trop entreprenants" (I maschi catanesi sono troppo intraprendenti).

Il tempo di un po' di ilarità e, nel giro di qualche mese, tutto cade nel dimenticatoio. Concettina, così com’è apparsa, sparisce nel nulla e la linea torna a essere unica. Non si saprà mai chi ebbe quell’inutile trovata, ma quel che è certo è che la “mano morta” è un gesto che ancora oggi (purtroppo) vive sui nostri mezzi.
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