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Da qui vedi l'Etna e persino la Calabria: le neviere di Buccheri sulla cima dei Monti Iblei

Un itinerario tra storia e natura incontaminata che porta alla scoperta di uno punti panoramici più belli da cui ammirare l’Etna e persino le coste della Calabria

Simona Russo
Giornalista
  • 6 dicembre 2020

Le neviere di Buccheri

L'altopiano degli Iblei, noto dal punto di vista paesaggistico per le profonde cave scolpite dall'azione trascinante delle acque che scorrono nell'armonioso calcare, conserva ancora oggi i segni di un rapporto bilanciato ed equilibrato tra uomo e natura.

Una delle attività che storicamente caratterizzavano il territorio era quella della raccolta, conservazione e commercializzazione della neve.

In particolare in una guida alla città e al territorio di Buccheri, lo storico Luigi Lombardo descrive in maniera veramente approfondita e documentata la presenza delle neviere nel territorio di Buccheri e la particolarità di una attività economica che, a partire dai primi del '600 e fino alla seconda guerra mondiale, ha caratterizzato l'economia del paese, che con i suoi 820 m s.l.m. è il più alto e il più freddo comune della provincia di Siracusa.

Oggi sono antichi monumenti di campagna, rimasti a ricordo di un passato che non c’è più: le prime neviere erano in genere delle grotte e servivano a raccogliere e conservare la neve per usi collegati particolarmente alla medicina.



Nei primi del '600, quando l'uso del sorbetto al gelsomino o al limone divenne di moda nei pranzi nobiliari, la neviera cambiò struttura e forma trasformandosi da grotta in costruzione in muratura a cupola per evolversi successivamente in una costruzione a dammuso, con le pareti interne rivestite di conci squadrati di pietra lavica.

La realizzazione delle neviere rispondeva inoltre a precisi criteri costruttivi frutto di sapiente esperienza: erano circondate da un muretto a secco detto "zaccanu" che delimitava il terreno di pertinenza, venivano edificate agli inizi di un pendio degradante verso nord in modo da essere riparate dai caldi venti di scirocco e per facilitare la salita sulla cupola per scaricare all'interno la neve, sempre sul lato nord veniva collocata una porticina che si apriva ogni volta che si doveva estrarre la neve.

La posizione a nord della neviera, i materiali di costruzione impiegati ed il modo particolare di conservare la neve, impedivano lo scioglimento della stessa durante il caldo periodo estivo.

Le neviere nell’area Iblea in provincia di Siracusa sono presenti a Buccheri, Palazzolo Acreide, Buscemi e Sortino; in provincia di Ragusa a Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo e a Giarratana. Nel periodo di maggiore attività si contavano nel solo territorio di Buccheri circa trenta neviere che però negli anni '30 del secolo scorso erano ridotte a quattro: la “Neviera del Crocifisso” che apparteneva alla famiglia del Principe Alliata, conosciuto come il Signore della Neve.

Gli Alliata furono veramente i “Signori della neve” a Buccheri come in tutta la Sicilia, essi detennero un florido commercio sia della neve «inchiusa nella Muntagna» (l’Etna), che della neve di Buccheri. Le altre neviere rimaste nel territorio di Buccheri sono la “Neviera Aldaresi” che si trova nella zona di Castelluzzo, con accanto antichi insediamenti medioevali, e infine la “Neviera Di Giacomo”, l’unica a doppia camera e che documenti ufficiali fanno risalire al 1730.

La neve, grazie al duro lavoro dei nivari, veniva conservata o a strati alternati con paglia oppure, pigiata per ridurne il volume, sotto forma di ghiaccio. Da questo si tagliava una grande quantità di piccole porzioni, per lo più a forma di parallelepipedo, da distribuire e il ghiaccio poi veniva venduto al prezzo di 20 centesimi il chilogrammo. Negli anni Quaranta del Novecento la neve era utilizzata nei banconi dei primi bar: il sorbetto al gelsomino con la neve di Buccheri era una vera delizia che oggi purtroppo possiamo solo immaginare. Negli anni Sessanta, con l’arrivo del frigorifero, terminò questo tipo di produzione e attività.

Della neve, divenuta ghiaccio per via di un accurato e sperimentato metodo di trattamento e conservazione (si diceva ammataccatu, dal mataccu o mataffu attrezzo usato per comprimere), si faceva largo uso nel Seicento, quando serviva anche a ghiacciare acqua e sciroppi di menta o limone, e a lenire le calure estive: da queste premesse nacque appunto l’arte del sorbetto e un po’ più tardi del gelato.

Il ghiaccio era un ottimo rimedio per alcune malattie con febbri alte per le quali i medici prescrivevano la “cura di lu friddu”. Il bere fresco si impose col tempo al punto da divenire un piacevole e ineliminabile bisogno e rimedio: iniziò la moda delle bevande ghiacciate o semplicemente arrifriscati, annivati, come dicevano i siciliani.

Dall’altopiano degli Iblei la neve veniva inviata alle città sulla costa ionica e mediterranea, fino a raggiungere l’isola di Malta.

Una interessante curiosità riguarda il viaggio della neve nel Mediterraneo, dalla Sicilia all’isola di Malta: viaggiando per il Mediterraneo, fra il 1642 e il 1646, il medico danese Thomas Bartholin, capitò a Malta dove ebbe modo di sperimentare direttamente l’utilità del «bere fresco et annivato», esperienza che mise a frutto in una delle sue opere di carattere scientifico, cioè il De nivis usu medico observationes variae, opera pubblicata nel 1661 e che si inseriva nella disputa, inaugurata a metà del ‘500 dal medico sivigliano Monardes, sui vantaggi o gli svantaggi delle bevande fredde.

Il medico danese in un passo del suo scritto riporta: «A Malta si ottiene lo stesso risultato [di bere fresco]: la neve, trasportata da Siracusa, ha ottenuto tanta utilità al punto che per quello che mi ricordo anche nei mesi invernali essa mi ha confortato più del generoso vino di Siracusa, e per la verità senza la neve i vini sono caldi, in quel clima caldissimo, pur anche nelle idonee cantine della ben munita di recente città di Valletta».

Le neviere costituiscono la testimonianza di un’ attività per sempre perduta e di una civiltà che era in piena armonia con l'ambiente naturale. Antiche costruzione che rappresentano veri capolavori dell’architettura minore siciliana, un percorso per la loro riscoperta permetterebbe di incrementare il turismo rurale: un itinerario che si snoda attraverso punti panoramici dai quali si può ammirare la cima dell’Etna e persino le coste della Calabria.
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