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Houston abbiamo un problema: Palermo ha la memoria corta e l'incuria la fa da padrona

Su Basile, punta di diamante dell'università palermitana e maestro dell'architettura Storicista siciliana, pare esser caduta da tempo ormai lunghissimo, una sorta di fatwā

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 6 gennaio 2021

Dettaglio dello stilobate monumentale in tufo di Aspra che parte a ridosso dello Steri (Foto di Danilo Maniscalco)

Ledoux, Boulleè, Durand, Labrouste, Rondelet, Antonelli, Con Klenze, Viollet-Le Duc, Semper protagonisti di primo piano del panorama dei neo-stili ottocenteschi in Europa e tra questi non va dimenticato Giovan Battista Filippo Basile.

Lo suggeriva a principio degli anni Novanta quel grande storico dell'architettura che fu Antonio Samonà, ma pare proprio che il suggerimento non sia mai arrivato a destinazione.

Possiamo, forse, accettare che le politiche di reale valorizzazione del nostro straordinario patrimonio monumentale proseguano a tardare nel loro attuarsi “un'altra volta”, “la prossima volta” ma non possiamo altresì permetterci di abituarci al degrado come fosse ineluttabile destino.

Su Basile, punta di diamante dell'università palermitana e maestro dell'architettura Storicista siciliana, pare esser caduta da tempo ormai lunghissimo, una sort a di fatwā​​​​​​.

Sono note le vicende di degrado diffuso e continuamente procrastinato del Giardino Inglese pavimentato con asfalto, in cui manca l'illuminazione pubblica e in cui atti di vandalismo hanno deturpato sculture e alterato le condizioni degli spazi del giardino pieno di buche e rattoppi.



Note, sono anche le condizioni dell’Istituto delle Croci in cui per diversi anni ha imperato un ponteggio senza che vi fossero lavori di restauro programmati e mai comunque realizzati, a cui si aggiunge l'ultimo imbarazzante tassello di degrado riguardante uno degli interventi urbani più suggestivi del grande progettista palermitano, il comparto dell’invaso di piazza Marina e di Villa Garibaldi.

Da mesi e con evidenti problemi mai risolti ma ben manifesti, lo stilobate monumentale in tufo di Aspra, che partendo a ridosso dello Steri Magno giunge a piazza Santo Spirito, si presenta con intere sezioni divelte e cadute lungo marciapiede e gradini sottostanti, a “riparo” dei quali insistono una sequenza di barriere e transenne che impediscono il passaggio pedonale tra le due quote ivi raccordate.

L'area sembra essere recintata in attesa di qualcosa o qualcuno ma qualcosa (un progetto di restauro, riqualificazione?) e qualcuno (assessori, consiglieri, sindaci, politici in generale) non sembrano esser mai pervenuti in zona e l'impressione duratura e pesante è proprio quella di un “degrado così è se vi pare” che se non fosse tragico, sarebbe segno di un evidente “resa estetica” delle istituzioni preposte alla tutela nel rispetto dell'art 9 della Costituzione italiana.

Bottiglie, un ombrello, carte, e cumuli di rifiuti e foglie morte insistono all'interno della zona transennata accumulandosi giorno dopo giorno, concorrendo inoltre all’ulteriore avanzare del degrado dei frammenti di tufo caduti e di quelli lasciati scoperti. Le radici delle essenze arboree spingenti rimangono così a vista e, stante la mancanza di un progetto di restauro, non tarderanno a giungere, deposizioni saline, croste nere ed erbe infestanti. Insomma degrado su altro degrado.

Lo stilobate “scultoreo” che strutturalmente Basile realizzò come un terrapieno a gravità che servì a razionalizzare lo spazio urbano tra quote assai differenti, presenta da circa centosessanta anni alla sua sommità essenze arboree le cui radici sono giunte a spingere pian piano, anno dopo anno gli elementi che ne compongono l'immagine globale.

Non è stato dunque un evento inatteso e drammatico o un incidente improvviso a determinare il degrado dell'attuale condizione, bensì l’incuria, la totale assenza di manutenzione ordinaria, l'assoluta mancanza di progettualità e pianificazione, il totale disinteresse delle istituzioni e della politica tutta in uno dei luoghi più identitari del centro storico della quinta città d'Italia, forse appunto, una fatua su Basile, chiamato in causa solo durante le passerelle sterili all'interno del suo Teatro Massimo.

Basile infatti sembra da circa quarant'anni almeno, un architetto qualsiasi, casualmente autore del (solo) Teatro Massimo e non il progettista capace e apprezzato, allievo di Vincenzo Tinneo, che intratteneva corrispondenza con Semper e Garnier, che fu chiamato alla realizzazione del Padiglione italiano all’Expo di Parigi del 1878, specializzatosi a Roma con Canina tra la Sapienza e l’Accademia di San Luca, animatore e padrino del Casino delle Arti, docente ordinario di Architettura Tecnica presso l'ateneo del capoluogo siciliano.

Eppure non parliamo di progettualità da milioni di euro ma di un rigoroso e scientifico progetto di restauro da corso universitario di secondo anno che contempli la scienza del restauro come passaggio obbligatorio per la risoluzione di un problema abbondantemente segnalato e conosciuto, potremmo addirittura spingerci a suggerire che basterebbe aver letto in maniera distratta almeno una volte le pagine di Cesare Brandi per capire come orientarsi (si trovano anche su google).

«Basile – scrive Maria Accascina – comincia la sua attività in pieno fervore neoclassico: disegna e acquerella, come Marvuglia, il tempio di Segesta, procede con la misura, la meditazione delle costruzioni classiche rivivendo i processi di quell’architettura, si esalta alle dirette visioni delle grandiosità spaziali romane studiandone le armoniose recinzioni, riesce nelle sue opere ad essere il primo architetto siciliano che eleva la tradizione siciliana sull’altipiano nazionale ed europeo».

“Altipiano nazionale ed europeo” e mentre qualcuno dovrà prendersi la responsabilità politica, tecnica ed erariale d’avere visto ridurre in macerie pompeiane i suoi progetti “comunitari”, noi, possiamo davvero abituarci a tutto questo degrado e tollerare che le sue opere vengano trattate come fossero latrine per cani randagi?

A due passi, il degrado colpisce ancora la pedana posizionata “ieri l'altro” per consentire al ficus basiliano di giungere a conficcar le sue radici oltre la recinzione (mai pulita), e anche lì altre preziose transenne come panacea di ogni male terreno.

Forse, e da parecchio tempo ormai, non è Houston ad avere un problema ma la città dalla memoria corta.
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