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Dal Noctis allo Zsà Zsà: quando eravamo tutti lì per ballare buona musica a Palermo

Le note dance, poi quelle dei gruppi live che hanno fatto la storia della musica underground: le sorti di un locale storico in cui tutti siamo stati quando eravamo ragazzi

Tancredi Bua
Giornalista e autore
  • 8 marzo 2020

Un concerto allo Zsà Zsà Monamour

«Lo Zsà Zsà significava creare il contatto con il proprio pubblico e non perderlo mai, crescere grazie al passaparola, alla gente che si trovava bene e tornava con altre persone la settimana successiva».

Così Salvatore Principe, titolare dello Zsà Zsà Monamour, racconta cosa ha rappresentato il locale per il popolo della notte palermitano per quasi trent’anni. «Quando lo aprimmo – racconta Principe, uno dei quattro soci originari – era il dicembre del 1989, e si chiamava Noctis. Era una discoteca a tutti gli effetti, con i tesserati, come era in voga all’epoca».

Il Noctis nacque in via Angelitti, a piazza Campolo, come club «abbastanza selettivo – prosegue Principe – ma comunque ha “fatto una guerra”». Centinaia e centinaia di persone che lo affollavano ogni fine settimana, proprio in un momento storico in cui la musica “da club” cambiava e metteva da parte i ritmi dance per sperimentazioni house, techno, per gli incroci come gli Stone Roses e Moby.



«È stata una cosa pazzesca – continua Salvo Principe, che prima di essere il titolare del Noctis era stato un deejay e proprietario di negozi di dischi – inizialmente improntata soltanto alla cornice “discoteca”». Tra il 1994 e il 1995, Principe rilevò la società, che nel 2003 cambierà nome in Zsà Zsà Monamour.

«Fu quello il momento in cui iniziammo con la musica dal vivo. Abbiamo fatto un’infinità di concerti: da Cristina Donà ai Subsonica, da Mick Harvey (di Nick Cave & the Bad Seeds, ndr.) ai Giardini di Mirò, e poi ancora i Prozac+, i Tre Allegri Ragazzi Morti, per non parlare delle band locali».

Suonare allo Zsà Zsà Monamour significava provare per una sera l’ebbrezza del suonare «sul serio»: un locale con un vero palcoscenico, per iniziare. Il soundcheck, la folla radunata sotto il palco, le luci blu. Un po’ come se un pezzo di Londra o di New York fosse stato trasportato a Palermo.

«Da quel momento in poi – continua Principe – abbiamo sempre fatto in parte musica dal vivo e in parte discoteca. Poi, più in là, ci siamo dedicati anche a qualche evento di musica puramente elettronica, per un pubblico più mirato ancora, ma la musica dal vivo non ha mai smesso di essere prerogativa dello Zsà Zsà. A volte ospitavamo sino a tre band a sera».

Ancora oggi c’è chi ricorda il locale con tanta nostalgia. Ma qual era l’ingrediente «speciale» che Principe e i suoi figli aggiungevano alla ricetta? «La gestione di questo posto – spiega l’ex proprietario – è sempre stata molto simile a come io e i miei figli gestivamo i negozi di dischi sparsi per Palermo, da SuperSound (in via Belgio) a Crush Dischi (via XII Gennaio): mantenevamo un contatto con il nostro pubblico.

La gente che entrava al Noctis, o allo Zsà Zsà, era un continuo assommarsi di persone. Io avevo ad esempio un gruppo di amici che veniva a trovarmi il venerdì, e il sabato ritornavano con altra gente che s’era fatta allettare dalla loro descrizione del locale e dell’ambiente. Tutti conoscevano tutti, più o meno. Era come se fosse un circuito chiuso, senza di fatto esserlo. Un circuito chiuso ma aperto, se così possiamo dire.

Funzionava tramite il passaparola. Anche più recentemente, quando facevamo le serate “One Shot”, con il locale strapieno, la gente all’interno si conosceva tutta. Persone che conoscevano altre persone che portavano persone che conoscevano altre persone.

E quando si presentava un gruppo di ragazzi che non c’entrava niente con quelli che c’erano dentro, li riconoscevi subito: erano pesci fuor d’acqua, non scendevano neanche in pista. Passavano la serata a girovagare, stavano fuori. La gente dello Zsà Zsà era tutto il resto. Questa era sicuramente il punto di forza numero uno del locale».
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