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Compare di notte tra la nebbia dei vicoli: la storia (triste) della donna più bella di Erice

Una leggenda romantica (ma anche dolente) che affonda le sue origini nella tradizione popolare secondo cui nel borgo medievale ci sarebbero le donne più belle della Sicilia

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 2 gennaio 2021

Il borgo medievale di Erice

Erice come l’altra Sicilia, come un’idea della irriconducibilità dell’Isola a un’immagine acquisita dalla storia collettiva. È così il Monte Erice, allacciato tra le nuvole, che svetta e troneggia sul mare come un monarca fiero, ripido e selvaggio fra tornanti boscosi e panorami improvvisi.

Il paese è tutto ciottoli e sampietrini, con i muri di pietra che proseguono oltre la fine delle case con digressioni strettissime e varchi misteriosi.

Dominano le severità cromatiche, spezzate come un incanto dalla vividezza dei fiori esposti sui balconi e agli angoli delle persiane, che trascinano con sé i fianchi ossuti delle scalinate e le chine precipitose dei vicoli. Anche la piazza, quasi chiusa su tre lati, è inclinata e sghemba, come non desse pace all’approdo.

Chiese e conventi medievali di questo «tempio incorrotto, di età pietrificate», per dirla col poeta Dino D’Erice, restituiscono al luogo la sua origine medievale, austera e tacitante, fino a che la nettezza dei profili di pietra sbava le sagome all’incanto della nebbia; come in un velo di talco la luce si opacizza e cala la sera, i passanti si fanno radi e solitari, le strade segnano il passo agli angoli dei lampioni, e ogni cosa si trasfigura come nelle pagine di un romanzo di Eugène Sue.



Con la notte, la nebbia inghiotte il paese: prima lo confonde, poi lo fagocita in una cappa onirica e straniante. Il Giardino del Balio, la Torretta Pepoli, il Castello di Venere, e tutto scompare. Sfugge il campanile obliquo dell’antica Chiesa Madre, insieme ad alcuni scorsi fatti salvi e restituiti, e con l’alba Erice si fa un posto gentile, un rifugio fiabesco, nella dimensione intatta che apre lo sguardo al mare delle Egadi.

A Erice si coltiva un mito, la leggenda di un fantasma che compare di notte, confuso tra le ombre lunghe dei vicoli o strisciando al sole torrido della canicola. Lo spirito ha la forma di una banda sinuosa e nera, come un serpente che si affaccia tra le antiche pietre, e richiama la storia triste della donna più bella mai vissuta in questa parte di Sicilia.

La sua anima delicata compare tra le fitte nebbie, conchiusa entro le mura della città a un tormento senza tregua: è il fantasma della Bellina.

Questa fanciulla bellissima, vissuta probabilmente intorno al XIII secolo, pare che infesti con la sua presenza le case abbandonate di Erice, affacciandosi alle finestre delle casupole più infelici per attirare a sé i malcapitati, che, accorsi d’istinto a un cenno affatturato di donna, alla sensualità trasgressiva di un amore imprevisto, giungono - posseduti da lei - al suo cospetto e nel momento in cui gli sguardi si incrociano compiono l’esperienza raccapricciante di vederla tramutata in un’orrenda biscia nera.

In un suo libro sulle leggende popolari siciliane, Giuseppe Pitrè così descrive la terribile scena della trasformazione.

«…allunga le gote, allarga il mento e la fronte sì da empire il vano della finestra; e gli occhi, pur ora sì belli, diventan lividi e lucion di fiamme, rivolgendosi a destra e a manca quasi pendolo d’orologio».

Una metamorfosi terribile, la conversione all’orrore dei sentimenti più puri. Secondo la leggenda, la Bellina era un’incantevole ragazza di nobile casato, con lunghi capelli neri e lineamenti eterei e pieni di grazia, e gli occhi seducenti e alteri.

Chi la vedeva, se ne invaghiva al primo sguardo, desolando al rifiuto che lei opponeva a chiunque mentre restava a lungo affacciata alla finestra della sua casa guardando il mare oltre l’orizzonte. Era di una bellezza pensosa e triste, forse perché aveva nel cuore un unico amore, un soldato partito per una guerra di ventura da cui non fece più ritorno.

Prima di partire, lui le aveva fatto dono di un anello; era la sua promessa di matrimonio, il suo pegno di felice ritorno.

Passavano le settimane e i mesi, cambiavano le stagioni, e della Bellina si innamorò un ricco barone; lei lo respinse, e il nobile pur di averla con sé si rivolse a un mago per farle un incantesimo atroce. Riuscì a impadronirsi del suo anello e lo face maledire, e con questo la ricattò promettendole di restituirlo in cambio di un solo bacio.

All’appuntamento fissato, vedendo il barone che lei resisteva a ogni sua molle lusinga, gettò l’anello in un impenetrabile cespuglio di rovi e se ne andò spedito e scontroso, lasciandola disperata con le mani affossate alla terra per riavere il suo pegno d’oro. Quando le parve di vederlo, invischiato tra i fili cespugliosi, allungò una mano per prenderlo e si punse con una spina, e per incantesimo la Bellina si tramutò in una biscia.

Da allora si dice che vaghi tra dimore solitarie e case abbandonate, in mezzo ai rovi e sulla terra, strisciando come un serpente, condannata in eterno d attirare a sé tutti gli uomini che aveva rifiutato in vita.

Una leggenda romantica e dolente che affonda le sue origini nella tradizione popolare secondo cui a Erice ci sarebbero le donne più belle della Sicilia, e non è un caso che nell’antichità vi era un tempio dedicato alla Venere Ericina, ideale sacro dell’amore e della bellezza.

Ciò nonostante, sempre secondo la leggenda, l’incantesimo avrebbe tramutato l’avvenenza femminile al contrappasso della mostruosità se le donne fossero discese dal monte alla costa, e chissà che la Bellina non sia il custode avveduto di questa credenza affascinante, costringendo a una reclusione dorata tra le nebbie fatate di un’Erice meravigliosa.
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