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Palermo "Uwe ti ama": l'opera simbolo della Vucciria adesso rischia di essere cancellata

Chi ha diritto di decidere che venga cancellato? La distruzione dell’opera di Uwe alla Vucciria sta avvenendo nel silenzio e senza il consenso dei residenti e della città

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 30 dicembre 2020

La scritta sul prospetto di palazzo Lo Mazzarino

“Io non creo niente, io posseggo. E noi facciamo le regole, le notizie, le guerre, la pace, le carestie, le sommosse, il prezzo di uno spillo.” Queste le parole di Gordon Gekko in Wall Street.

A partire dal 2001, Franco Carraro prima e Francesco Rutelli poi cancellano da Roma i graffiti di Keith Haring, l’artista americano prematuramente scomparso. Il suo immaginario artistico popola le vie delle principali città del mondo e non potete non avere mai visto i suoi disegni, magari non sapete che è lui l’autore ma le sue immagini bidimensionali di uomini, animali, simboli, tracciate a colori brillanti, sono parte dell’immaginario dei nostri tempi.

Cancellando le opere di Haring, per dare un aspetto più “decoroso” alla città, Carraro e Rutelli hanno determinato una perdita economica immensa alla collettività, quei murales già erano, ed oggi sarebbero ancora di più, oggetto di pellegrinaggio da parte di appassionati e cultori di arte. Ma con il loro intervento hanno fatto peggio, sono intervenuti sull’immaginario di cittadini e residenti, decidendo cosa fosse decoroso e cosa no.



Qualche giorno fa un sedicente condomino di Palazzo Mazzarino alla Vucciria ha inoltrato ad Uwe, l’artista austriaco che negli ultimi venti anni ha legato il suo lavoro artistico alla Vucciria di Palermo, ed alla sua compagna Costanza un surreale invito a rimuovere l’opera "Uwe ti ama" dalla facciata del palazzo.

Lo scambio di corrispondenza è stato reso pubblico dall’artista sul suo blog. Non voglio entrare nel merito di come l’Amministrazione comunale ha agito rispetto alla Vucciria, ne ho già parlato altrove, con un processo di devastazione del tessuto umano e sociale del luogo, prima abbandonandolo al degrado, poi consentendo, addirittura finanziando, una speculazione immobiliare che trasformerà un luogo iconico della città in un elegante area residenziale per ricchi o semi-ricchi.

La lettera del neo costituito condominio dell’immobile riapre a mio avviso una questione ancora più ampia e grave, ovvero, il ruolo dell’arte nella società, il valore dell’arte ed il suo possesso. Avevano Carraro e Rutelli il diritto di cancellare le opere d’arte di Haring? Opere oggettivamente di valore enorme non solo economico, ma anche simbolico? Che i canoni artistici di Haring non rispondessero alla loro idea del bello è una motivazione che possiamo accettare? È il possesso la chiave di tutto?

Ed il possesso materiale della parete di un palazzo che insiste in un’area pubblica dà il diritto al proprietario della parete di rimuovere una rappresentazione che appartiene all’immaginario collettivo? Ha il condominio diritto di intervenire su un segno grafico che è oggi parte della rappresentazione iconica della Piazza? Quale è l’immaginario collettivo da difendere della piazza? Quello attuale? Quello degli anni Settanta con il mercato affollato di gente? Oppure quello del XVI secolo, quando fu istallata la fontana? Può decidere un condominio quale è l’immagine pubblica di una piazza simbolica della città che deve sopravvivere?

Certo è che a nessuno verrebbe in mente di tagliare i ficus di Villa Garibaldi (in realtà a qualche idiota l’idea è venuta), eppure crescendo hanno completamente trasformato il disegno originario di giardino all’inglese della villa. Ripristiniamo l’idea originaria o rispettiamo il corso degli eventi e del tempo? L’evoluzione degli spazi urbani è frutto delle relazioni con le persone che li abitano, come insegna la Jacobs, e non viceversa.

E la Vucciria di adesso è anche frutto di quanto è successo negli ultimi venti anni. Ha senso cancellarlo? Chi ha diritto di decidere che venga cancellato? La distruzione dell’opera di Uwe alla Vucciria sta avvenendo senza il consenso dei residenti, quel pezzo di società che vive quella porzione di città e che, se vogliamo, avrebbe diritto a dire la sua. Sta avvenendo senza un dibattito cittadino. Quella piazza è anche mia, mi rappresenta quale cittadino di Palermo nel mondo, esattamente come il Teatro Massimo e la Cattedrale.

Nella latitanza ormai cronica degli enti preposti: il Comune, la Sovrintendenza, la Regione, la questione è lasciata ad un carteggio surreale tra un condominio ed un artista, che a mio avviso completa la sua opera d’arte rispondendo con una fantastica lettera scritta a mano ad un anonimo ciclostile.

A mani nude Uwe difende un principio che dovrebbe indurci a pensare, quell’opera non è di Uwe e non è del condominio, è della Piazza, è parte della storia di quella Piazza e racconta il passato recente delle battaglie dei residenti cui ha dato voce un artista Austriaco, quando quei residenti erano (lo sono ancora, peraltro) del tutto inascoltati e invisibili.

Quell’opera appartiene, quindi, per estensione alla città. Noi facciamo le regole direbbe Gekko, in quanto possessori. Ma il condominio possiede il palazzo, non il mio immaginario. Io da cittadino diffido il condominio a rimuovere l’opera di Uwe dalla facciata del Palazzo Mazzarino. Nego il mio consenso. Ed intendo costituirmi parte civile in un processo che dovesse fare seguito al danneggiamento dell’opera o peggio alla sua rimozione coatta senza il formale consenso dell’autore e dei residenti del quartiere.

Credo che ogni residente della Vucciria farà altrettanto, e credo che ogni cittadino di Palermo dovrebbe fare altrettanto. In questi tempi ci stiamo abituando a rinunciare a troppe cose, alla libertà di uscire di casa, di abbracciare gli amici, di passare a salutare i nonni anziani.

Rinunciare anche al diritto di decidere la forma del nostro immaginario sarebbe l’ultimo atto di una arresa che io non sono disposto a sottoscrivere. Io non mi do per vinto. E chi pensa che abbiamo problemi più gravi in questo momento e ha già rinunciato e ci ride alle spalle forse è ancora più pazzo di noi.
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