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Tik Tok e quella sfida con la morte: "I nostri figli sono vittime silenziose di questo virus"

Dobbiamo lottare con strumenti adeguati per la vita dei nostri figli, vittime silenziose e spesso dimenticate di un virus che uccide e stravolge chi è emotivamente più fragile

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 23 gennaio 2021

È uno strazio infinito aver perso questa piccola preziosissima vita. Non ci sono ragioni, non ci sono colpe per nessuno, se non per quei criminali che gestiscono questi "Giochi".

Tutto così assurdo specie in un momento in cui lottiamo per strappare alla morte ogni vita, sicuri che tutti debbano salvarsi. Diventa così inaccettabile che una bambina si possa essere consegnata volontariamente alla morte.

Se una perdita di un figlio per dei genitori è sempre considerata “contro natura”, lo è ancora più insensata questa perdita avvenuta con queste modalità. Questa storia così priva di senso ci colpisce, ci fa tremare, ci lascia attoniti e pieni di paura per i nostri ragazzi.

Eppure lo sappiamo, nel mondo del social, i nostri bambini e ragazzi hanno luoghi inaccessibili per gli adulti, condividono spazi che ignoriamo, retti da regole di assoluta omertà.

C’è da dire che questo fenomeno non è una novità, si era già presentato con "la balena blu" gioco in dieci step, come un rito d’iniziazione partiva da un livello basso che prevedeva comportamenti asociali e atti di ribellione, fino a salire nella scala delle prove con azioni sempre più pericolose che culminavano con l’autolesionismo, o quello che ora è chiamato da medici e psichiatri “Tagliamenti”.



Lo scopo era mostrare ai coetanei la resistenza al dolore, e all’orrore del sangue, provocandosi delle cicatrici equiparabili a “medaglie al valore”. Esaurita la novità del “gioco” che lasciava segni e quindi era facilmente individuabile, è dell’anno scorso l’arrivo di un tizio incappucciato che invita a percorrere un cammino basato su altre prove, più raffinate e nascoste, che possono includere l’assunzione di sostanze pericolose e letali.

Tutto questo gira intorno al riconoscimento da parte degli altri, della forza, prodezza e risolutezza. Condizione fondamentale è che deve esserci un pubblico che accerta partecipa incita e riconosce il grado di sfrontatezza. Difficile monitorare e scoprire questi criminali, ogni gioco prevede come primo requisito l’assoluta riservatezza, pena la squalifica.

La piccolina che ha lasciato la sua famiglia e tutti noi, era entrata in questo meccanismo perverso, voleva fornire una prova di coraggio portata al limite estremo.

Difficile scoprire i meccanismi perversi, che sottointendono a queste azioni criminali, ma può essere difficile capire perché i nostri ragazzi utilizzino queste chat segrete, dove probabilmente sono attratti prima dalla curiosità e poi dal disagio che stanno vivendo.

L’Ospedale Pediatrico “Bambin Gesù “di Roma è da giorni che denuncia l’arrivo al pronto soccorso di piccoli pazienti con ferite e tentati suicidi, azioni che sono aumentate vertiginosamente rispetto al passato, e che viene addebitato alla depressione che sta dilagando tra i minori, sempre più costretti senza la scuola in presenza e senza la socialità a vivere il dramma della solitudine e mancanza di stimoli.

E se i più fragili ed emotivamente instabili ricorrono ad atti estremi per scappare dal malessere esistenziale, gli altri, “gli ardimentosi” scoprono che come autoaffermazione di sè possano cimentarsi in queste prove che testimoniano la loro forza e dominio ai loro coetanei.

Cosa fare, difficile da dire, la risposta ovvia sarebbe impadronirsi del cellulare o del computer, controllare, spiare, proibire, azioni che però sarebbero vissute in maniera ancora più drammatica, rischiando di allontanare ancora di più da noi i nostri figli, consegnandoli come vittime sacrificali a una banda di pericolosi maniaci.

Perché questo nostro comportamento sarebbe percepito come un atto di violenza e prevaricazione.

Non rimane quindi che vigilare, e soprattutto parlare, far comprendere, partecipare alla loro vite stravolte da questo virus, saperli ascoltare e quando qualcosa non ci convince parlarne con chi è in grado di decifrare i messaggi nascosti che i ragazzi inviano a noi, e s’inviano tra loro.

Non è facile, lo so, ma se come ho detto lottiamo tutti per ogni singola vita, così dobbiamo lottare con strumenti adeguati per la vita dei nostri figli, vittime silenziose e spesso dimenticate di un virus che non uccide solo impedendoci di respirare ma anche stravolgendo le nostre vite e quelle di chi è emotivamente più fragile e vulnerabile.
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