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La vita senza "risettu" di Vincenzo Amato: il sindaco (legale) di Ficarra e Picone, e non solo

Ha lasciato la Sicilia nel 1993 per scoprire il mondo e cominciare una nuova vita tutta da zero. Ecco come è andata tra mostre d'arte a Manhattan e l'incontro con Crialese

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 19 febbraio 2021

L'attore Vincenzo Amato

Il caso, che poi chissà se esiste, gioca spesso un ruolo importante nelle vite di quanti sanno accoglierlo.

È stato così per Vincenzo Amato, attore e artista palermitano, che si divide, per lavoro e per passione, tra l’Italia (la sua Palermo in particolare), e gli Stati Uniti, dove abita.

Da tre anni, l'attore ha scelto il New Jersey come dimora perché lì, lontano dal frastuono della metropoli e immerso nella natura può coltivare la sua passione per l’arte e per la lavorazione del legno.

Fatale, nel 1993, fu un viaggio proprio negli States per partecipare al matrimonio di un amico.

«Andai la prima volta in questa occasione, avevo 25 anni, e poi decisi di rimanerci - ci ha detto Vincenzo Amato. Arrivai a New York e, per mantenermi, cominciai a lavorare nella bottega di un fabbro, dove ho imparato a lavorare il metallo.

In capo ad un anno avevo il mio atelier di produzioni artistiche in ferro a Manhattan e campavo vendendo le opere, tra una mostra e l’altra».



La scelta di rimanere oltre oceano, sperimentando nuove professioni e mettendosi alla prova, nasce dalla curiosità di Vincenzo per il resto del mondo.

«Stavo bene a Palermo ma avevo bisogno di scoprire cos’altro ci fosse e mi sono trovato a fare l’artista da un’altra parte del mondo. L’istinto e il mettersi in gioco, sempre, anche con un po’ d’incoscienza mi hanno reso quello che sono oggi».

Sempre “per caso” Amato è diventato attore.

«Quando stavo a New York tra i miei vicini di casa c’era un certo Emanuele Crialese che un giorno mi chiese se volessi recitare per lui - racconta -. Io credevo che si trattasse di un lavoro quasi scolastico, un saggio di fine anno e invece, sul set, scoprii che era un film a tutti gli effetti.

Non avevo certo la preparazione di un attore professionista, ma Emanuele è stato bravissimo nel guidarmi e mi ha insegnato quello che ancora oggi metto in campo quando recito».

Quel film, “Once We Were Strangers", una coproduzione italo-americana, finanziata da un produttore che aveva notato Crialese durante il suo periodo di apprendistato negli Stati Uniti, nel 1997, partecipò al Sundance Film Festival.

Il sodalizio artistico poi si consolidò anche con “Nuovomondo” (per cui ottenne la nomination come migliore attore protagonista al David di Donatello) e “Respiro”, entrambi girati in Sicilia, film che ottennero un ottimo riscontro di critica e pubblico.

«Ho provato in seguito a frequentare corsi di recitazione a New York ma non facevano per me, io recito istintivamente così come quando scolpisco il legno o lavoro il ferro. È qualcosa che viene fuori, che sento e che esprimo senza codici precisi.

Credo che un attore debba essere principalmente credibile, come fanno i bambini quando giocano. Loro ci credono che sono super eroi e si comportano come tali e questo arriva a chi li guarda.

Per me recitare una parte è questo, scavare nell’infanzia, nella nostra parte più vera e restituirla.

Penso che per fare l’attore sia necessario aver vissuto, nella vita vera, tante esperienze. Sono sempre gli occhi che parlano».

E dal debutto con Crialese Vicenzo Amato ha partecipato a diverse produzioni di successo. Da "Il dolce e l'amaro" regia di Andrea Porporati, con Luigi Lo Cascio, a "Unbroken", regia di Angelina Jolie, passando da "L'ora legale" dei conterranei Ficarra e Picone e "Sicilian Ghost Story", regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza.

Alla domanda, che tutti gli pongono, se lui si senta più attore o artista la risposta è semplice.

«Sono sempre io, non potrei scindere le due cose che sono due diverse forme di espressione che fanno parte, entrambe di me - spiega -. Sento il bisogno di andare ogni giorno nel mio laboratorio (una vecchia stalla senza luce elettrica) e lavorare per ore.

Poi "quannu scura", rientro. È una dimensione molto vicina alla natura, trovo dei tronchi di legno caduti intorno la casa e li scolpisco.

La stessa cosa è per la recitazione. Se c’è un bel copione o mi chiamano per un provino (ha recitato anche in serie Tv americane) vado, sto il tempo necessario per le riprese e poi ritorno qui. Ma sono sempre io».

Tra mostre a New York e in Italia (tra Roma e Palermo, dove è stato il primo artista plastico a esporre ai Cantieri Culturali della Zisa, nel 1998) e film, in giro per il mondo, Vincenzo Amato, mantiene il suo baricentro sulla vita, non trovando mai “risetto” e coltivando, tra le altre cose, la cura per la natura.

Da tre anni vivo in mezzo ad un bosco e voglio, nel mio piccolo, contribuire alla ricostituzione della flora originaria del posto, questo mio progetto già in poco tempo ha dato dei risultati».

Il pensiero alla Sicilia, comunque, è sempre vivo.

«Torno almeno due volte l’anno a Palermo - ci ha detto - porto la mia famiglia, con le mie due figlie piccole dal nonno e io torno a respirare l’aria della mia città.

Mi manca il mare ovviamente, la sua atmosfera (indimenticabili per lui le estati passate a Casteldaccia), e anche alcuni sapori, ad esempio le patate bollite comprate per strada che hanno un gusto unico e irripetibile.

A casa, qui in America, cuciniamo anche siciliano ma i gusti non sono gli stessi perché non lo è la materia prima.

Magari da anziano potrei ritornare a vivere in Sicilia, lì la vita è più dolce ma la dolcezza e la facilità tarpano le ali. Ho ancora desiderio di conoscere nuove realtà e di ricominciare da zero.

Per fortuna il lavoro di attore mi porta sempre in posti diversi con persone diverse. Presto, infatti, inizierò a girare un nuovo film in Ucraina con Andrea Magnani».
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