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La "trappola" più usata al mondo è nata a Palermo: più di 1200 anni fa a difesa della città

Usata da (quasi) tutte le "putìe" e i negozi, è stata inventata a Palermo più di 1200 anni fa per contrastare l'avanzata degli arabi che "bussavano" alle porte della città

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 6 gennaio 2021

Porta dei Greci a Palermo

Palermo è una città con i piedi ammollo. Con i piedi ammollo nel senso che partendo da Porta Nuova, costruita nel 1535 in onore dell’imperatore Carlo V che tornava vittorioso dalle campagne d’Africa, e percorrendo tutta quella strada che per i palermitani (non me ne voglia Vittorio Emanuele) si chiamerà sempre Cassaro, si ha la sensazione di scivolare verso il mare fino a quell’altra porta che si chiama Porta Felice.

Cstruita nel 1582 e dedicata a donna Felicia Orsini, Porta Felice fu voluta da quel sant’uomo (quando dorme) del viceré Marcantonio Colonna che, ogni volta che si innamorava, non mancava di dedicare un qualche monumento alla musa che gli tirava su il morale e, evidentemente, qualcos’altro.

E così, mentre il maestrale saliva per il Cassaro o el-qasr (così la denominarono gli arabi che nell’anno 830-831 conquistarono Palermo e che significa castello, perché quello era il nucleo principale), la gente invece scendeva verso il mare per raggiungere quella costola esterna o quella passeggiata fuori Porta che fino al 700 rappresentava la movida e dove ci si incontrava, dopo avere fatto shopping, per guardare le signorine o incontrare gli amici, mentre artisti e musici coloravano quella brezza di note che si mescolavano agli schiamazzi degli “scafazzati” (poco educati) che a Palermo non sono mancati mai.



Poco più sopra, a toccare, proprio su un fianco della porta dedicata a Felicia Orsini, c’era, e c’è, una scalinata che portava ad un terrazzamento parallelo alla detta strada chiamato “Passeggiata delle Cattive” dove, senza mescolarsi con gli altri perché non stava bene, le vedove godevano del medesimo spettacolo.

Le vedove, però, erano fatte di carne, mica di ferro; e così, come sempre c’è stato il pane, qualcuna usava quella privilegiata veduta per lanciarsi qualche occhiata con l’amato o l’amante che intanto camminava a braccetto con la moglie cornuta. Secondo lui era cornuta, ma intanto quella se la intendeva con la guardia, o magari con il ladro, e corna al marito gliene metteva, no due, quattro.

E siccome alla genialità palermitana non c’è mai fine, c’era pure qualche vedova affacciata che aspettava affranta l’amica, pure lei vedova, e che la raggiungeva con quel vestito nero che avrebbe dovuto rappresentare il dolore e, invece, sotto sotto, ci stava Salvatore.

Ora, percorrendo questa strada e scendendo verso Sant’Erasmo, prima della villa Giulia, costruita successivamente, ma sempre intitolata ad una musa di un altro Marcantonio Colonna principe di Stigliano (sempre la testa al cacio avevano questi Colonna), ci sta una Porta chiamata Porta dei Greci che immetteva e, immette, nell’antico quartiere della Kalsa, in arabo al-Khālisa cioè l’eletta.

Si narra, ma badate bene che adesso ci siamo spostati nella credenza popolare, che la saracinesca, proprio quella del salumiere, come del parrucchiere, come del gioielliere, è stata inventata più di 1200 anni fa dai palermitani proprio in questa porta. Questa porta però al tempo della conquista araba molto probabilmente non c’era ancora perché viene costruita solo secoli dopo; e noi questo lo dobbiamo sottolineare perché magari si trattava di un’altra porta più antica o magari di nessuna di queste.

Tuttavia, la storia la continuiamo lo stesso perché gli inquisitori (sempre in cerca di un rogo) hanno la verità in mano, noi che non abbiamo niente ci limitiamo a gustarci questo cunto.

Dunque, come avrete visto in centinaia di film storici, che sia “Braveheart” con Mel Gibson, “Robin Hood” con Kevin Costner, “Attila” con Diego Abatantuono o “Totò contro Maciste”, questi, (e quando si dice questi si parla dei popoli che venendo dal mare, nel nostro caso saraceni, berberi, o turchi, che per la maggior parte dei palermitani erano e sono la stessa cosa), quando invadevano le città facevano sul serio.

E siccome erano protette da cinte murarie e portoni, usavano il famoso pezzo di tronco che si chiamava ariete. Di regola i ricchi cavalieri non si sporcavano le mani, lo facevano sollevare ai soldati semplici, sia perché dalle mura lanciavano olio bollente, liquidi incandescenti, broccoli, lattughe e indifferenziata varia, sia perché stu tronco pesava un accidente. Solitamente, così insegnano i film, questi poveri disgraziati, prendevano la rincorsa, contavano fino a tre e si lanciavano contro il portone per sfondarlo.

A primo colpo non ci riuscivano mai, poi spuntava Richard Gere, ci metteva mani lui, e il portone magicamente diventava di polistirolo. I musulmani che conquistarono Palermo, quelli dei numeri, erano si famosi per essere ingegnosi, ma è pure vero che erano male abituati perché al loro paese bastava sire “apriti sesamo!” e si aprivano tutte le porte.

Quando giunsero da noi, mi dispiace, trovarono tutto chiuso come in periodo di lockdown. Purtroppo per noi, per quanto le nostre porte fossero resistenti questi avevano la pazienza dalla loro parte; e, un colpo di qua, un colpo di là, andava a finire che le sfondavano sempre.

Allora niente fecero i palermitani? Per questo motivo, visto che di andare a Catania a comprare porte Ikea erano stanchi, si sperimentarono un sistema di tronchi incastonati in una sorta di binario all’interno della porta (e in effetti stu binario a Porta dei Greci sembra esserci) che permetteva di far cadere dall’alto un trovo nuovo ogni volta che l’ariete ne rompeva uno.

Per farvi capire, sopra c’era una sorta di cassettone come quello delle odierne serrande che abbiamo in casa, ed è da lì che cadevano. In questo modo gli invasori ne avevano da dare colpi… Saracinesca, infatti, dovrebbe significare proprio “trappola per Saraceni”.

Ora che sapete questa storia sulla saracinesca, scendete dal salumiere sotto casa dopo la chiusura, vi procurate un tronco, e se prendete bene la rincorsa dovreste riuscire a rompere una delle serrande che compongono la saracinesca vedendo direttamente la prossima che scende dall’alto. Io ve l’ho raccontata, voi siete liberi (ma liberi!) di volerci credere oppure no.
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