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A Villa Bonanno custodiva "l'oro di Sicilia": la vedi ogni giorno ma (ancora) non sai cos'è

Non molto distante dai mosaici della villa romana, a Palermo, si vede ancora oggi una ringhiera circolare con una targa che riporta a cosa serviva anticamente

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 18 maggio 2023

La fossa granaia a Villa Bonanno

Passeggiando per villa Bonanno, a Palermo, quel meraviglioso giardino ricolmo di varie specie arboree mediterranee ed esotiche, perdendovi nei suoi sentieri, che non hanno nulla di schematico, come invece potevano apparire i giardini settecenteschi (vedi ad esempio quello della Palazzina cinese), vi troverete coinvolti in una dimensione romantica, dove i cammini paiono non avere alcun senso apparente, ma in realtà ci invitano a compiere un viaggio di fantasia, magari come se fossimo dentro un'oasi del deserto.

Villa Bonanno copre l'intero centro di piazza della Vittoria, il suo giardino è molto esteso e si trova nell'antico "piano del Palazzo", proprio di fronte la facciata principale del Palazzo dei Normanni.

Dalle carte topografiche redatte prima della realizzazione di villa Bonanno, che è stata realizzata nei primi anni del Novecento, in particolare già a partire dalle carte topografiche del XVI secolo il piano del Palazzo Reale non è altro che un grande spazio vuoto.
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A parte la grande mole del Palazzo dei Normanni, non si vede nulla, solo un grande slargo. I viceré spagnoli preferivano mantenere il controllo visivo della piazza per evitare di essere sorpresi da sommosse popolari.

Non è, infatti, un caso che due bastioni del Palazzo dei Normanni fossero rivolti verso la città: uno, dal lato di Porta Nuova, fu detto di Santa Maria e l'altro, dal lato opposto, fu detto di S.Michele.

Sappiamo però dalle cronache e dai documenti che nel piano del Palazzo si trovavano antichissime chiese bizantine e normanne come ad esempio Santa Barbara la Soprana e la Sottana, Santa Maria de picta o della Pinta, San Giovanni della Galca, S. Demetrio. Quest'ultima si trovava in prossimità dell'attuale Questura di Palermo.

Chiese ed edifici di notevole importanza per volere dei viceré spagnoli furono abbattuti «quando, tra la metà del XVI sec. e la metà del successivo fu spianata tutta la zona».

Successivamente in questa nuova enorme piazza «avvenivano manifestazioni di vario genere: dalle fiere del bestiame, alle manovre militari, dalle esecuzioni capitali, alle feste popolari con la costruzione di teatri lignei, di complicate macchine pirotecniche, di alberi della cuccagna».

Tutto quanto veniva allestito nel piano del Palazzo aveva una durata limitata alla realizzazione dell'evento, successivamente le strutture venivano smontate o distrutte per le ragioni di cui sopra.

E veniamo al dunque. A villa Bonanno, non molto distante dai mosaici della villa romana, si vede ancora oggi una ringhiera circolare con una targa sulla quale sta scritto "Fossa Granaia".

La ringhiera segue il perimetro di una fossa oggi chiusa da una rete che avrebbe bisogno di migliore sistemazione, preda di erbacce e rifiuti che il vento raccoglie e deposita sopra di essa.

La fossa non pare molto profonda, ma si suppone sia stata in parte colmata dall'amministrazione comunale che la scoprì assieme ad altre 5 uguali nel 1848, durante alcuni lavori di sistemazione della piazza.

In seguito alle pesanti carestie di fine secolo XVI, il 6 febbraio del 1591 si cominciarono a scavare le fosse per il grano nel “piano del Palazzo” e se ne scavarono 12.

«Il cavamento di tai fosse, che servirono alla conservazione del grano, e poi furon colmate in tempi posteriori, ebbe a recar molto danno a' preziosi avanzi di antichi monumenti greci e romani, di cui molti tutt'ora deggion rimanere sepolti in quella piazza».

In qualche modo le conserve di grano all'interno della città servivano sia come aiuto alla popolazione, essendo il grano razionato dai gendarmi durante la carestia, ma anche per evitare sommosse popolari a causa della penuria della materia prima del primo sostentamento, cioè il grano.

Ci troviamo davanti ad una sorta di politica del welfare, una specie di reddito di cittadinanza dell'epoca. Le fosse granaie caddero in disuso nel XVII secolo e furono tutte sotterrate in virtù della realizzazione di nuovi "Magazeni" o "caricatori de' grani", veri e propri magazzini costruiti sapientemente all'esterno della città murata.

«Sotto la generica denominazione di magazeni intender deesi il caricatore de' grani, che per se tiene particolare la città di Palermo. Non costa esso di cave sotterranee e fosse, delle quali formansi gli altri comunemente del regno, ma di recipienti di magazeni di fabbriche...».

Dice Vincenzo Auria in merito che «Nell'anno 1630 fu cominciato il primo magazeno di formenti nel tempo del viceré duca d'Albuquerque».

Fosse granaie, "magazeni" o "caricatori de' grani", la cosa più importante da sapere, al di là della storia, è che un tempo il grano lo producevamo nella nostra terra e lo conservavamo in modo da usarlo all'occorrenza, ora invece lo importiamo e per sapere da dove proviene abbiamo dovuto attendere una maledetta guerra.
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