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Come gli ultras fra gli spalti di un derby: così Federico II spaccò a metà la sua tifoseria

Come in un reality show una parte del pubblico se ne innamorerà chiamandolo “Stupor Mundi”, per l’atra parte, quella legata alla chiesa, sarà l’anticristo

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 12 giugno 2020

Federico II nel rotolo miniato - Coevo Exeter di Salerno, Museo Diocesano

Che il titolo capolavoro di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” avrebbe potuto calzare a pennello per descrivere lo strano rapporto che Federico II aveva con i papi, lo si capisce dalle parole che proprio Gregorio X, il papa, utilizza nei suoi confronti, in una bolla, citando niente po’ po’ di meno che l’Apocalisse di Giovanni: “E vidi salir dal mare una bestia piena di nomi di bestemmia”.

Madò, addirittura! E che è!? Federico sale al trono di Sicilia a soli quattro anni perché il “signor Morte” nel giro di due anni decide di asciugarsi prima suo padre Enrico VI e poi sua madre Costanza d’Altavilla. Quest’ultima, che tra l’altro era rimasta incinta a quarant’anni, forse perché gli Svevi erano già appassionati di Reality Show, si era dovuta accollare di partorire in un baldacchino messo a centro di piazza nella città di Jesi.

Da piccolino Federico è un bel bambino di pelo rosso che i papi, a quel tempo Innocenzo III, si coccolano dalla mattina alla sera perché, giustamente, hanno grandi progetti su di lui; è tanto coccolato dal pontefice che il suo titolo è: “re per grazia di Dio e del papa”.
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Appena però muore Innocenzo III, Federico si taglia i capelli e, insieme ai capelli, taglia pure stu “del papa” che non gli era piaciuto mai. A diciotto anni viene incoronato imperatore e qua si rompono le campane: da questo momento in poi il Vaticano se lo prende in antipatia e comincia a diffondere tutta una serie di fake news sul suo conto volte a screditarne la figura.

Come Little Tony e Bobby Solo crescono con l’ossessione per Elvis, Federico cresce con quella per l’Imperatore Augusto al punto da farsi chiamare pure lui “Augusto”, coniare una moneta che chiama “Augustale” e pubblicare un codice di leggi a cui darà il nome di “Liber Augustalis”. Comincia presto ad interessarsi di arte, magia, filosofia, matematica; questa sua ecletticità spacca in due il pubblico: una parte se ne innamorerà chiamandolo “Stupor Mundi”, per l’atra parte, quella della chiesa, sarà l’anticristo.

C’è anche un frate in questa storia che sarà parte attiva di questa campagna di gossip contro Federico: Fra Salimbene da Padova: anche lui è convinto che Federico sia l’anticristo. Di questa cosa però ci colpa un profeta, che era abate ma si sentiva il mago Otelma (Fra Girolamo da Fiore si chiamava), che sul conto del futuro imperatore ne dice peste e corna.

Perfino il padre di Federico, che a queste cose ci credeva assai, s’era recato da questo Fra Girolamo e se n’era tornato sentendosi dire: “Perverso il tuo ragazzo, malvagio il tuo figlio ed erede, oh principe! Turberà la terra e calpesterà i santi di Dio. "Gesù, Giuseppe e Maria!”, comincia a fare disperato Enrico VI, “Mi accontentavo di un figlio drogato, ma l’anticristo no!”, e forse pure per questo di lì a breve s’ammala e muore.

Questo Salimbene, che è un frate di famiglia importante che conosceva vescovi, papi e perfino Federico arriva a conoscere, scrive su tutto e tutti lasciando le sue testimonianze: in pratica era una specie di Bruno Vespa. Anche lui, come detto, attacca Federico a spata tratta dicendone: “Ha combattuto tutta la vita contro la chiesa, non era credente, della fede non sapeva cosa farne… fu uomo pestifero e maledetto, scismatico, eretico ed epicureo che ha corrotto tutta la terra…”.

Ma alla fine, perché proprio non può farne a meno, dice pure: “ogni tanto era uomo di valore, quando voleva fare vedere le sue qualità e la sua cortesia. Era un uomo piacevole, simpatico, pieno di cortesia. Io l’ho conosciuto e c’è stata un’epoca in cui gli volevo bene. Se fosse stato un buon cattolico e avesse amato Dio e la chiesa e l’anima sua, non ce ne sarebbe stato un altro come lui…”.

Lo stesso fra Salimbene elencherà tutta una serie di stravaganze che si cuntavano su Federico e che con ogni probabilità devono essere prese con le pinze, dato che spesso a volentieri fra cardinali e papi scappavano tocchi di vino a “L’assu cari” (il primo a cui capitava l’asso doveva bere) e, dunque, cominciavano a fare a gara a chi la sparava più grossa.

Una volta, ci dice appunto fra Salimbene, Federico fece tagliare il pollice a un notaio perché scrisse “Fredericus” al posto di “Fridiricus”. Un’altra volta, invece, vuole scoprire la lingua primordiale dell’uomo e dà l’ordine di allevare alcuni bambini senza mai rivolgergli la parola per vedere in quale idioma iniziavano a parlare.

Poi s’intrippa con l’anima. Fa chiudere un uomo dentro una botte fino a quando non muore e poi la fa riaprire: il corpo c’è ma l’anima non la trova. Dopo l’anima passa alla digestione. Fa mangiare due poveri sventurati fino a sbutriarsi e uno lo manda a dormire, mentre l’altro lo manda a cacciare: la sera li fa squartare per vedere chi ha digerito meglio.

Infine, sempre fra Salimbene, ce ne racconta una credibile: il giorno che Federico parte per le crociate e raggiunge la Terrasanta si guarda intorno e alluccuto si domanda: “Ma sarebbe questa la terra di latte e miele? Ma il Signore l’ha visto mai il mio regno di Sicilia?” Questa cosa delle crociate fra l’atro va a finire a cachì perché, convinto dal papa che si era messo a camurria, Federico decide di partire per la guerra santa; tuttavia, proprio mentre sta per imbarcarsi, s’ammala ed è costretto a rimandare.

A Gregorio X, a quel punto, gli escono le corna di fuori e comincia fare come un disgraziato: “Quando io dicevo che era comunista non mi credeva nessuno… ma a voi vi pare normale che è sempre in mezzo agli immigrati… torna a casa che ha sempre gli occhi rossi…”; insomma perde la testa e lo scomunica.

Ancora una volta, però, Federico stupisce tutti e inizia una corrispondenza con il sultano Al Kāmil: “A me serve solo Gerusalemme” dice lui, “Io devo distruggere le armate nere oppure conquistare 24 territori” risponde l’altro; il sultano ad un certo punto gli manda un elefante in dono e lui risponde con un orso bianco (ci fosse stato Whatsapp se ne sarebbero usciti con due faccine) e, alla fine, quando Federico giunge in Terrasanta l’accordo è bello e fatto e nessuno deve combattere.

La prossima volta che visitate la tomba di Federico, se vi piace, ripensate a queste cose, ma non fate l’esempio del “Risiko” perché sennò scomunicano pure a voi.
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